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11 – Brat – Fratello

Nikoali and Anton

Original English version following below

Anton era su un treno per pendolari diretto a Mosca quando siamo atterrati all’aeroporto Sheremetyevo provenienti da Parigi.   I palazzi clonati scorrevano fuori dal finestrino nella direzione opposta del treno.  Voltò il capo lontano dagli edifici in movimento e osservò la carrozza affollata.

La maggior parte delle persone leggeva: l’Intelligentsiya, libri e riviste letterarie. Il Gapota, il Plebes, quotidiani e riviste illustrate.  Cosa diavolo potresti leggere su queste pagine artefatte dagli spin doctors della macchina della propaganda? Annebbia la mente anche solo guardare i titoli. “Nuova Era nella storia dell’umanità”. “Grande eroismo di un grande popolo”. “Potenti ali della nostra madrepatria”. “Princìpi eterni del marxismo-leninismo”. Ma chi lo scrive? Probabilmente dei pazzi. Qualcuno potrebbe veramente scrivere questa roba senza impazzire?

Dondolandosi la faccia tra le mani, posò i gomiti sulle ginocchia e guardò il pavimento attraverso le dita.  Proprio sotto il sedile vide un giornale arrotolato. Tremava all’unisono con il treno. Da quello che si poteva capire, sbirciando tra i listelli di legno, non era una copia della Pravda o dell’Izvestiya. L’afferrò per farsi una risata delle acrobazie linguistiche degli imbecilli e lo sfogliò. Era il nuovo numero di Sovetskiy Sport, il giornale meno avvelenato da Mosca. Era pur sempre pieno di sciocchezze, ma i tirapiedi del partito non avevano ancora capito come distorcere a loro vantaggio i risultati dello sport. Un punteggio è un punteggio e secondi e minuti sono gli stessi ovunque, non si può piegare troppo la realtà nello sport.

Le prime pagine analizzavano le possibilità dello Spartak Mosca nell’imminente primo turno di Coppa UEFA. Affrontava una squadra finlandese e tutti gli esperti prevedevano che lo Spartak avrebbe asfaltato i finlandesi. Non essendo un grande tifoso di calcio sfogliò il giornale cercando qualcosa da leggere. Alla fine, una frase attirò la sua attenzione. Ritornò sulla pagina, la scansionò e trovò cosa stava cercando. Un breve resoconto su quattro ciclisti sovietici che “schiacciavano la squadra americana in una sconfitta umiliante” ai mondiali juniores. Lesse nuovamente e sobbalzò sul sedile. Braccia al cielo, urlò nella carrozza piena di passeggeri: “Mio fratello è campione del mondo!”

Si girò verso il suo amico addormentato sul sedile accanto per scuoterlo.

“Liosha!  Svegliati, Kolya è un campione del mondo!”

“Cosa?”  replicò Liosha.

“Kolya è un campione del mondo!”

“Chi?” 

“Kolya, mio fratello”.

“Quale fratello?”

“Mio Fratello, stupido, mio fratello”.

Se non fosse stato per il ciclismo, uno come me e Anton non sarebbero mai potuti diventare amici.  Era il figlio unico di un preside di scuola, senza amici, cresciuto da sua madre su Cechov e Dostoevskij. 

Mia madre proveniva da un piccolo villaggio sul Volga.  Lasciò la scuola all’età di quattordici anni dopo la guerra per aiutare a mantenere la famiglia. Mi ha tirato su facendo la contabile mentre mio padre era un idraulico.

A casa bevevo tè georgiano in una tazza da mezzo litro. In casa di Anton il tè proveniva dallo Sri Lanka ed era servito in porcellane cinesi. A scuola indossava i jeans della Levi’s e scarpe da ginnastica di importazione, jugoslave. Io non avrei mai osato chiedere a mia madre di comprarmi dei jeans, perché si sarebbero potuti comprare solo al mercato nero per una cifra folle. Mi avrebbe riso in faccia se glielo avessi chiesto. Aveva due anni più di me, una grande differenza di età a tredici anni, l’età di quando l’ho conosciuto.

Ho veramente un fratello maggiore. È scomparso dalla mia vita quando avevo sei anni. Undici anni più vecchio di me, non posso dire che abbiamo passato molto tempo assieme, ma di ogni occasione potrei ripetere di qui all’eternità nella mia mente come abbiamo passato il tempo, ogni parola e ogni sua battuta. 

Iniziò ad andare in giro con le compagnie sbagliate sin da bambino. Un giorno non tornò a casa. Lo aspettammo, giorno dopo giorno, ma non tornava.  Pensavamo fosse morto.  Mia madre piangeva ogni notte in cucina e la sua angoscia mi arrivava al midollo.  

Amava i cavalli e lei seppe che viveva in una scuderia sulle montagne.   Io e mamma salimmo su un autobus e andammo al villaggio dove si diceva lo avevano visto.  Mamma lo trovò, ma lui rifiutò di tornare a casa, qualcosa a che fare con la polizia. Ero troppo piccolo per capire.

Una mattina la porta si aprì e Sergey, mio fratello, entrò. Papà era vicino alla porta, pronto ad andare al lavoro. Sergey entra e si guardano per un secondo. Papà, un uomo robusto con muscoli scolpiti, ruota sul torso e scarica un pugno sulla faccia di Sergey. Il diretto lo manda a terra come se qualcuno gli avesse tolto un tappeto da sotto. Atterra sul pavimento col sangue che sgorga dal naso inondandogli tutta la faccia.  Il pugno l’ha steso.  Giaceva sul pavimento con le nostre scarpe, giacche e cappotti che si erano sparsi intorno a lui mentre si schiantava contro l’armadio.

Mi sono seduto per terra e ho pianto mentre mia madre cercava di far rinvenire Sergey. Sangue sul viso e sul petto. Un ribelle, un figliol prodigo che ha avuto la sua ricompensa per i problemi che aveva creato. Sul pavimento, in una pozza di sangue, ai miei occhi appariva come l’esempio della disobbedienza alla forza, come non piegarsi all’autorità, in qualsiasi forma si manifesti.

Un giorno Sergey, non ancora diciottenne, disse che si sarebbe sposato. I miei genitori non protestarono. Pensavano che il matrimonio lo avrebbe portato sulla retta via, ma non lo fece. Ha litigato con la persona sbagliata e l’hanno rinchiuso per tre anni a novemila chilometri da casa. Quando mamma ha sentito il verdetto si è inginocchiata e ha pianto.

Una notte mi svegliai per andare in bagno, erano passati dei mesi. La mamma era in salotto seduta da sola al tavolo della cucina con una fotografia sei per quattro di Sergey tra le mani. Le lacrime le solcavano il viso, diceva: “Signore, Dio, puniscimi. Puniscimi, ma ti prego, risparmia mio figlio”.

L’amicizia di Anton ha colmato il vuoto che Sergey aveva lasciato finendo in prigione. Abitavamo a due condomini di distanza e pedalavamo insieme per raggiungere la sede della squadra per l’allenamento.  Sulla strada del ritorno, dopo esserci allenati con gli altri ragazzi, prendevamo la via di casa, dovevamo attraversare la città.  Eravamo quelli che abitavano più distanti dalla squadra.

È in queste pedalate che abbiamo perfezionato le nostre abilità di guida. Impennare, inchiodare con il freno anteriore e sollevare la ruota posteriore il più in alto possibile. Aprirsi gli sganci rapidi delle ruote l’uno con l’altro. E, la madre di tutte le abilità, procedere con i piedi sul manubrio.

Facevamo le volate ai cartelli stradali e ai pali della luce nelle nostre pedalate verso casa. A nessuno interessavano queste volate tranne a me ed Anton. Non ne ha mai perso una e non mi sarei dato pace finché non lo avessi battuto. Abbiamo disputato centinaia di sprint e non ho mai vinto, neanche una volta.

Ho cercato di ingannarlo con volate a bassa velocità, brevi e dietro una curva. Individuavo un palo della luce a cinquanta metri di distanza, prendevo un po’ di velocità da dietro e urlavo “L’arrivo è al palo!” e quindi lui faceva esplodere la sua potenza e mi batteva sulla linea immaginaria con le braccia alzate. Provavo a colpirgli il manettino del cambio posteriore con la mano per indurirgli il rapporto e quindi sprintavo. Non ha mai funzionato, mi batteva, rapporto troppo lungo o meno.

Anni dopo, quando ormai aveva smesso correre, andammo a fare un giro intorno a Nalchik in una delle mie visite a casa dalla Titan.  Pedalava la mia vecchia bici da inverno indossando sandali, non aveva nessuna presa sui pedali, in compenso aveva la sigaretta in bocca.  Io ero in buono stato di forma dopo un blocco di corse, era la mia occasione per batterlo in uno sprint.  Aveva un rapporto troppo lungo per la velocità a cui stavamo andando. Scalai su un rapporto più agile, strinsi i cinghietti dei puntapiedi, mi misi in presa bassa, cinquanta metri da un palo della luce e urlai “Volata!” Mi ha ripreso a cinque metri dal palo e ha dato il colpo di reni sul “traguardo”. Mi ha battuto di mezza ruota.

“Amico”, ha detto dopo aver ripreso a respirare. “Mi hai fatto perdere la sigaretta”.

Nikolai ed Anton a Nalchik

Quando Anton mi ha chiamato bratka, fratellino, per la prima volta, una parola che solo un fratello di sangue avrebbe usato, ho pensato che avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Si trasferì a Mosca per studiare e io ero andato a Kiev. Non lo sentivo da più di un anno, ormai. Mi ero dimenticato del mio amico, come avevo dimenticato tutto quello che non era importante per i miei obbiettivi nello sport.

Anche lui non era più lo stesso. Non più un ragazzo di una piccola città provinciale nel Caucaso settentrionale. Era un moskvitch, un moscovita, che nuotava nelle acque bohemien degli eccentrici locali di Mosca. Aveva anche preso l’accento di Mosca. Stonava su di lui. Era irritante e non riuscii a smettere di ridere la prima volta che ci incontrammo di nuovo a Nalchik.

La Titan mi mandò a casa per rilassarmi dopo il mondiale e Anton tornò a Nalchik per un paio di settimane. Mi dissero di pedalare per almeno due ore al giorno. Non mi presi neanche la briga di togliere la bici dalla borsa e la nascosi sotto il letto lontano dai miei occhi. È il momento della fiesta.

Il Comitato di stato ucraino per la cultura fisica e lo sport mi diede duemila rubli per i miei risultati in Francia. Si sarebbe potuto vivere per un anno in URSS con quei soldi, ma volevo bruciarne un po’ con il mio amico.

Io e Anton salimmo su un jet Yak-40 da 24 posti e in 45 minuti atterrammo a Sochi.

Prendemmo un taxi all’aeroporto e andammo direttamente al ristorante Chaika nel porto di Sochi. Il Chaika era il tipo di posto dove dovevi corrompere il maître per entrare anche se non c’era nessuno nel locale. Un edificio in stile neoclassico-stalinista con colonne e soffitti alti dieci metri.  È dove si va a bruciare i soldi, ma con stile.

Servivano tutto al Chaika, dal beluga alla pizza.  Gli ospiti speciali potevano ordinare vodka di qualità, quella destinata all’esportazione conservata nel freezer.

Abbiamo varcato la porta e ho subito allungato un chetvertak, un biglietto da 25 rubli, al maître. Abbiamo chiesto un tavolo sulla veranda. Ha preso i soldi e li ha infilati nella tasca della giacca con due dita. Annuì ad un cameriere dall’aspetto effeminato con un grembiule con merletti della borgogna e una camicia bianca ed inamidata che stava in piedi come una sfinge accanto a lui in attesa del comando del maître. Appena vide il cenno, ci portò ad un tavolo con vista sulle navi da crociera ancorate a cento metri di distanza. 

Ci siamo seduti e abbiamo ordinato vodka Stolichnaya fredda e caviale nero. Il cameriere tornò con la vodka in un decanter di cristallo, una ciotola di caviale e un piatto di funghi di pino rosso marinati.

“Dallo chef”, indicò i funghi con un sorriso. “Chiamatemi quando siete pronti per ordinare”.

Non si era ancora fatta sera che dirigenti di governo in sovrappeso e personaggi della malavita riempirono il ristorante.  Le ore volarono mentre parlavamo e ridevamo. Ridevamo sempre. Ci inventavamo battute che nessuno avrebbe capito.  Ridevamo delle persone intorno a noi, ridevamo di noi stessi per delle cose ridicole che avevamo fatto. 

“Ehi, ti ricordi …” era spesso l’introduzione di un aneddoto che sarebbe finito in un mare di risate.

Abbiamo finito di cenare e ordinato una bottiglia di cognac da portar via, pagato il conto. Siamo andati fuori per cercare un taxi.  Un viaggio a Sochi non sarebbe stato un viaggio a Sochi se non avessimo nuotato nel Mar Nero.

Un tassista armeno, completamente pazzo, guidava come se gli rimanesse solo un’ora da vivere.  Ci portò in una spiaggia deserta a Dagomys dove nuotammo nudi, bevemmo cognac per riscaldarci e ridemmo.

“Ehi, ti rendi conto di quello che hai fatto in Francia?” Anton disse dopo che ci fummo rivestiti e trovammo un posto dove sederci su un frangiflutti.

“Ho vinto i mondiali?”

“No, voglio dire, sì, ma…” si interruppe e osservò l’orizzonte illuminato dalla luna.

“Cosa?”

“Ora sei un campione del mondo. Lo capisci?”

“Credo di sì”.

“Ho detto a tutti a Mosca che il mio migliore amico è un campione del mondo e nessuno mi crede”.

“Sono degli idioti”.

“Pensano che vi creino nei laboratori in luoghi segreti assieme ai cosmonauti. Ma eccoti qui, un idiota di Nalchik con una maglia iridata. Tremo solo a pensarci”.

“Non esagerare, era solo un campionato juniores”.

“Chi se ne frega, junior-giovanile. Un campione del mondo è un campione del mondo. È un titolo a vita. Tra trent’anni sarai ancora campione del mondo. Sai che tipo di porte questo titolo ti aprirà?”

“Dimmi”.

“Non fare lo scemo, lo sai?”

“No, dico sul serio.  Dimmi che tipo di porte si apriranno per me?”

“Non lo so. Di tutti i tipi.  D’ora in poi, presentati come Nikolai Razouvaev, campione del mondo.  Vediamo che succede”.

Abbiamo riso di nuovo.

“Finiamo la bottiglia e andiamocene”, disse Anton. “Si sta facendo freddo”.

Continua….

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Original English version

Anton was on a commuter train to Moscow when we touched down in Sheremetyevo airport from Paris. The cloned housing estates rushed in the opposite direction outside the train window. He turned his head away from the moving buildings and gazed inside the packed car.

Most people were reading. The Intelligentsiya — books and literary journals. The Gapota, the plebes — newspapers and illustrated magazines. What the hell could you be reading on these pages cooked up by the spin doctors of the propaganda machine? It’s mind-numbing to even look at the headlines. New Era in the History of Humanity. Great Heroism of a Great People. Mighty Wings of Our Motherland. Everlasting Principles of Marxism-Leninism. Who writes this? They must be insane, those writers. How can they write this and not go mad?

He cradled his face with both hands, rested the elbows on the knees and looked at the floor through the holes between his fingers. He saw a rolled up newspaper under the seat, jiggling in unison with the train. From what he could make out of the masthead it wasn’t a Pravda or Izvestiya. He picked it up to snigger at the imbeciles’ doublespeak and spread it open in his hands. It was a fresh issue of Sovetskiy Sport, the least poisoned newspaper out of Moscow. Still full of drivel, the Party’s minions hadn’t figure out yet how to distort sports’ results. A score is a score and seconds and minutes are the same everywhere, you can’t bend reality too much in sport.

The first few pages analyzed FC Spartak Moscow’s chances in the upcoming first round of UEFA Cup. They played a Finnish team and all experts predicted Spartak will walk all over the Finns. Not a huge football fan, he flipped through the paper looking for something to read. At the end, a sentence caught his eye. He flipped back a page, scanned it and saw what it was. A short report about four Soviet cyclists “crushing American team in humiliating defeat” at junior worlds. He read the story again and jumped out of his seat. Arms in the air, he screamed into the car crammed with passengers, “My brother is a world champion!”

He turned to his sleeping friend in the next seat to shook him.

“Liosha! Wake up, Kolya is a world champion!”

“What?” Liosha said.

“Kolya is a world champion!”

“Who?”

“Kolya, my bro.”

“What bro?”

“My bro, you silly, my bro.”

* * *

If not for cycling, someone like Anton and I could have never become friends. He was the only son of a school principal raised alone by his mother on Chekhov and Dostoevsky.

My mother was from a small village on Volga river. She quit school at the age of fourteen after the war to help raise the family. She was an accountant when I was growing up and my father was a plumber.

I drank Georgian tea from a half-liter mug. Anton’s place, Ceylon tea brewed and served in imported china. He wore Levi’s jeans and Yugoslavian shoes to school. Me, I wouldn’t dare to ask my mom to buy me jeans because you could only buy them on the black market for the insane amount of money. She’d laugh in my face if I asked. He was two years older than me, a big gap at thirteen when I met him.

I had an older brother who disappeared from my life when I was six. Eleven years older than me, I can’t say we hung out together a lot. Every time we did, I’d replay over and over in my mind the time he spent with me, every word and every joke he said.

He bummed around with the wrong crowd since he was a kid. One day he didn’t come home. Day after day we waited for him to turn up but he wouldn’t. We thought he was dead. My mother wept every night in the kitchen and her anguish echoed in my bones.

He loved horses and she heard a rumor he’d been living on a horse farm in the mountains. Mom and I boarded a bus and rode to the village where people saw him. She found him but he refused to come home, something to do with the police. I was too little to understand.

One morning the door opens and Sergey, my brother, walks in. Dad was standing not far from the door ready to go to work. Sergey walks in and they look at each other for a second. Dad, a sturdy man sculpted by muscle chunks, swings back his torso, uncoils, and lands a blow on Sergey’s face. The jab sends him down to the floor as if someone pulled a carpet from under him. He lands with blood pouring from his nose all over the face. The punch knocked him out. He laid on the floor with our shoes, jackets, and coats scattered around him as he crashed into a wardrobe.

I sat on the floor and cried while my mom nursed Sergey back into cognition. Blood on his face and chest, this was a rebel, a prodigal son who got his reward for the trouble he’d made. On the floor in a pool of blood, this is me fixed on not to obey force, not to yield to authority in whatever form it came.

When Sergey said he’s getting married before he turns eighteen, my parents didn’t protest. They reasoned marriage would settle him down. It didn’t. He got into a fight with a wrong guy and they locked him up for three years nine thousand kilometres away from home. When Mom heard the verdict, she kneeled to the floor and wept.

Months later, I wake one night to go to the toilet. Mom’s in the living room sitting alone at the dinner table with Sergey’s six-by-four portrait in her hands. Tears running down, she says, “Lord God, punish me. Punish me but please spare my boy.”

Anton’s friendship patched the hole Sergey left when he’d gone to jail. We lived two apartment buildings from each other and rode to our cycling club together to train. On the way back, we’d start riding with a few other boys and they’d split as we went along through the city. We lived the farthest from the club.

It is on these rides we polished our bike handling skills. The wheelies, braking with the front brake and lifting the rear wheel as high as possible. Undoing each others’ quick releases. And, the mother of all skills, riding with your feet on the handlebar.

We sprinted to street signs and light poles on these home rides. No one cared for these sprints except me and Anton. He never lost a sprint and I couldn’t rest until I’d beat him. We’ve had hundreds of these sprints and I’d never won once.

I tried to trick him on these low speed, short, small-ring sprints. I’d mark a light pole fifty meters away, pick up some speed from behind and yell “Finish at the pole!” and he’d detonate a blast and beat me to the imaginary line with arms in the air. I tried hitting his rear shifter with my hand to overgear him and then sprint. It never worked, he’d beat me overgeared or not.

Years later, when he stopped racing, we went for a ride around Nalchik on one of my visits home from Titan. He rode my old winter bike in slide sandals with a cigarette in his mouth. In good shape after a block of racing, now was my chance to beat him in a sprint. He was overgeared for the speed we were rolling at. I clicked into an easier gear and tightened the pedal straps, grabbed the drops fifty meters from a light pole and yelled “Sprint!” He caught me with five meters to go and threw the bike to the ‘line’, undercutting me by half a wheel.

“Dude,” he said after he got his breathing back. “You made me lose my cigarette.”

When Anton called me bratka, little brother, for the first time, a word only a close, blood brother would use, I thought I’d do anything for him. He moved to Moscow to study and I went to Kiev and haven’t heard from him for over a year. I forgot about my friend like I forgot everything else that wasn’t relevant to the goals I set out to achieve.

He too wasn’t the same kid from a small, provincial city in North Caucasus. He was a moskvitch, a Muscovite, swimming in bohemian waters of Moscow’s eccentric hangouts. He even picked up the Moscow’s accent, an annoying idiosyncrasy I couldn’t stop myself laughing at when we met again in Nalchik.

Titan sent me home to wind down after the championship and Anton came to Nalchik for a couple of weeks. They told me to ride for at least two hours a day. I didn’t bother to unpack the bike and hid it under my bed away from my eyes. Fiesta time.

Ukrainian State Committee of Physical Culture and Sports gave me two thousand rubles for my efforts in France. You could live for a year in USSR with this money but I wanted to burn some of it with my friend.

Anton and I boarded a twenty-four-seat Yak-40 jet and forty-five minutes later landed in Sochi.

We took a cab from the airport and went straight to Chaika restaurant in Sochi’s seaport terminal. Chaika was the kind of a place where you had to bribe maître d’hôtel to get in even if no one was dining inside. A neo-classicism Stalinist style building with columns and ten-meter-high ceilings. It’s where you go to burn cash in style.

They served everything from beluga to pizza in Chaika. Special guests could order export-quality vodka from the freezer.

I gave a chetvertak, a twenty-five-ruble note, to the maître when we walked in and asked for a table on the veranda. He took the money and slid it into the vest’s pocket with two fingers. He nodded at an effeminate-looking waiter in a burgundy bib apron and a crisp white shirt who stood as a sphinx next to him waiting for the maître’s command. The moment he saw the nod, he took us to a spot with the view on cruise ships anchored a hundred meters away.

We sat down and ordered iced Stolichnaya and black caviar. The waiter came back with vodka in a crystal decanter, a bowl of caviar, and a plate of marinated red pine mushrooms.

“From the chef,” he pointed at the mushrooms with a smile. “Call me when you’re ready to order.”

By the evening, overweight government executives and underworld characters filled the restaurant. The hours fled by as we talked and laughed. We always laughed. We made up jokes nobody would understand. We laughed at people around us, laughed at ourselves for goofy stuff we’ve done.

“Hey, do you remember…” was often an opening remark to an anecdote that would end in a laughing storm.

We finished the dinner and ordered a bottle of cognac to go, paid the bill and headed outside to find a cab. A trip to Sochi wouldn’t be a trip to Sochi if we hadn’t swam in the Black Sea.

A crazy Armenian cabbie drove us as if he had only an hour to live. He took us to a deserted beach in Dagomys where we swum naked, drank cognac to keep ourselves warm and laughed.

“Hey, do you realize what you’ve done in France?” Anton said after we got dressed and found a place to sit down on a wave breaker.

“Won the worlds?”

“No, I mean yes, you have, but — ” he paused and looked into the moon lit horizon.

“What?”

“You’re a world champion now. Do you understand that?”

I guess.”

“I told everyone in Moscow my best friend is a world champion and no one believes me.”

“They’re stupid.”

“They think they breed you guys in labs at secret locations next to the cosmonauts. But here you are, a bonehead from Nalchik with a rainbow jersey. Freaks me out this thought.”

“Don’t get carried away,” I said. “It was only a junior championship.”

“Who cares, junior-shmunior. A world champion is a world champion. It’s a title for life. Thirty years from now, you still be a world champion. Do you know what kind of doors this title will open for you?”

“Tell me.”

“You’re stupid, you know that?”

“No, I’m serious. Tell me what kind of doors it will open for me?”

“I don’t know. All kinds. From now on, introduce yourself as Nikolai Razouvaev, a world champion. See what happens.”

We laughed again.

“Let’s finish the bottle and get out of here,” Anton said. “It’s getting cold.”

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