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12 – il kgb guida una volga nera

Veduta Kiex. Fonte internet

Original English version following below

Dopo la pausa tornai a Kiev. La città era nel bel mezzo dell’autunno. Mattine gelide, nebbia ovunque, castagni che viravano verso il giallo ruggine. La Titan era andata in Crimea per prepararsi ad una gara a tappe, la Sotsindustriya. Consideravo la mia stagione finita. Non volevo correre, ma non potevo restare a Kiev a non fare niente.  Elizarov mi disse di volare a Simferopoli, unirmi alla squadra e trascorrere qualche settimana pedalando in un clima caldo.

Scesi nostri locali di servizio. Dovevo preparare la bici per l’aereo e portarla in mattinata all’aeroporto. Feci un mediocre lavoro di impacchettamento e passai un’ora a parlare del più e del meno con il meccanico. Decisi di prendere un taxi invece di aspettare un passaggio per l’hotel e, da solo, mi incamminai.

Gli edifici gettavano lunghe ombre sui ciottoli della Krasnoarmeyskaya. L’aria fresca e umida era piacevole da respirare.  Mi era venuta voglia di un gelato Kashtan, uno della gelateria in Via Kreshchatik, giusto prima di prendere un taxi. Dieci minuti a piedi.

Vidi una Volga nera parcheggiata davanti a me. Una porta posteriore era aperta.  Un uomo con uno spolverino beige sbottonato stazionava in piedi vicino all’auto, mi fissava. Continuai a camminare, chiedendomi se mi stesse guardando solo perché non aveva nient’altro da fare. Oppure c’era dell’altro.

Ero ormai vicino, si allontanò dalla macchina e tirò fuori dalla tasca dello spolverino un korochka rosso. Me lo sbattè in faccia chiedendomi: “Nikolai?”

Guardai il documento: c’era la foto in bianco e nero del tizio a sinistra e l’intestazione del KGB a destra con grado, nome e autorizzazione al porto d’armi sotto.

Non feci in tempo a leggere il cognome. Qualcosa di lungo e contorto. Ma memorizzai il suo nome prima che chiudesse il korochka: Bogdan.

Cazzo, che succede, che cosa ho combinato?  Feci un rapido inventario mentale delle mie tasche: niente dollari, niente di illegale, quindi cosa vogliono?

Bogdan fece un cenno con la testa indicando il sedile posteriore della Volga e disse: “Sali, dobbiamo parlare”. 

Salii in macchina, lui chiuse la porta, camminò intorno all’auto, salì sul sedile accanto a me e disse al guidatore: “Poekhali”, andiamo.

Ci dirigemmo verso la Kreshchatyk, per la discesa della Vladimirsky, oltre la Piazza Pochtovaya ed arrivammo alle strette strade di Podol.

Fuori dal finestrino pedoni in giacche invernali e cappotti sfrecciavano sui marciapiedi.  Non è una cosa che ti insegnano a scuola cosa fare quando il KGB manda un agente con un nome stra-ucraino come Bogdan, in una Volga nera, il motivo solo il cielo lo sa, a prenderti.   Non chiedere dove stai andando, stai calmo. Non devi far altro che dimostrare pazienza e rispetto.

“Sei un membro della Komsomol, Nikolai?”  chiese Bogdan.

È di questo che si tratta? Io che mi insinuo nel sistema senza mai essermi iscritto alla Komsomol? Non avete spie della CIA da catturare?

Diventare membro della Komsomol, o lega Comunista leninista, era una formalità. La maggior parte dei quattordicenni si lasciavano trasportare dalla corrente senza pensarci troppo. Nessuno ti costringeva ad iscriverti, ma starne fuori era un modo per procurarsi per problemi in futuro che non avresti mai pensato di trovarti ad affrontare. Quando fu il mio momento non me ne preoccupai. Noiosi corsi per diventare un membro e, una volta dentro, riunioni dopo scuola che erano solo una perdita di tempo. Il mio allenamento iniziava un’ora dopo l’ultima lezione, la Komsomol non si incastrava.

La prima volta che la Komsomol mi ha dato problemi è stato quando ho fatto domanda all’Università dello Sport di Kiev. Il modulo di domanda chiedeva se fossi un membro. Ero un membro della Titan a quel punto, sapevo che l’Università mi voleva più di quanto io volessi l’Università e ho spuntato la casella sì.  Nessuno fa controlli.

Poi è arrivato il modulo di richiesta del passaporto con decine di domande banali. Uno riguardava di nuovo la Komsomol. Questa volta era un documento importante la cui veridicità era controllata dal KGB. 

Non potevi chiedere un passaporto in URSS e andare dove volevi.  Il KGB controllava gli spostamenti e i passaporti.  Se ne vuoi uno, digli tutto di te.  Hai un motivo per andare all’estero, altrimenti nessun motivo, nessun passaporto.

La maggior parte delle persone non se ne preoccupava, non che avessero segreti da nascondere, solo non era qualcosa che li riguardasse.  Atleti, artisti, scienziati, loro sono il volto e l’immagine del Popolo, l’Idea, e il Sistema. La minoranza privilegiata, i “golden boys and girls” del Paradiso dei lavoratori. Loro possono avere il passaporto, ma solo dopo aver controllato cosa mangiano, respirano e pensano.

Ancora una volta non sapevo cosa fare davanti alla domanda sulla Komsomol. Chiesi a Nikolai Rogozyane lui mi disse di spuntare la casella “Sì”. Se non sei un membro, gli ideali del Partito non ti vanno bene o non combaci con gli ideali del Partito.  In ogni caso, il KGB bloccherà la tua richiesta di passaporto se non sei un membro della Komsomol

“Lo sistemeremo dopo”, disse Rogozyan, “quando torneremo a Kiev”. Ho spuntato il riquadro del Sì e me ne sono dimenticato.

Non ero un membro, non potevo far altro che dirlo a Bogdan.

“Quindi hai mentito sul modulo di richiesta del passaporto?”

Gli dissi quanto ero impegnato a scuola e come avessi perso il treno Komsomol e come avrei voluto sistemare la cosa in seguito, ma il ciclismo si era messo in mezzo.

Sorrideva e si chinava verso il sedile anteriore del passeggero. Afferrò per la maniglia una valigetta di plastica nera. Se la mise in grembo e, guardandomi dritto in faccia, mi chiese: “Dov’è tuo fratello, Nikolai?”

Non c’entrava quindi la Komsomol.

“Kamchatka”, risposi.

“Alla fine del mondo”, controbattè Bodgan voltando la testa nella mia dirazione. “Perché così lontano da casa?” 

“Soldi.  Sta facendo dei bei soldi in Kamchatka.  Un lungo periodo di vacanza.  Gli piace stare lì”. 

“Capisco.  Lascia che ti chieda una cosa.  Sei un bugiardo, Nikolai?” 

Pronunciava il mio nome alla fine delle domande come un insegnante di fisica per un compito consegnato in ritardo.  Le parole uscivano dalle sue labbra con il tono pietoso della lama di una ghigliottina che ti cade sul collo. Ha teso la trappola e mi ha spinto ad entrarci. 

“Non sono un bugiardo”. 

Aprì la valigetta. Tirò fuori una cartellina malridotta e scolorita.  Attaccata in un angolo, vi era la foto in bianco e nero del mio passaporto. Il mio nome scritto a mano in lettere maiuscole giusto sotto un numero di registro. Pose la cartella sopra la valigetta e mi chiese: “Chi ha compilato il modulo di richiesta del passaporto?”

“Io stesso”.

“Molto bene. Ti ricordi una domanda sulla tua famiglia?” 

“Quale?” 

“Quella in cui ti si chiedeva se qualcuno della tua famiglia è mai stato condannato per un crimine”.

“Ero un bambino quando mio fratello è andato in prigione”, risposi.  “Ha smesso di essere qualcosa di reale per me tanto tempo fa”.

“Lascia che ti dica io cosa è reale.  Hai mentito al governo con piena cognizione delle conseguenze. Hai firmato il modulo.  Sapevi di possibili ripercussioni per aver mentito al governo. Hai mentito per avere un passaporto, un documento che diamo a quelli di cui ci fidiamo.  Sai a quanto ammonta la reclusione per questo crimine?” 

Rispondendosi da solo fece una smorfia: “No?  Penso di no”.

“Cosa avrei dovuto fare?” gli chiesi. “Senza passaporto, non posso correre all’estero.  Un atleta completamente inutile per la nazionale”.

“Pensi troppo, Nikolai, e arrivi a conclusioni affrettate. Ipotizzi false conclusioni su cose di cui non sai niente. Pensi che non ti avremmo dato un passaporto perché tuo fratello è stato dentro dieci anni fa?  Non è qualcosa che ti riguarda, a pensarci bene. Il tuo compito è essere onesto e aperto con noi quando ti chiediamo di essere onesto e aperto con noi. Potremmo o non potremmo tenere conto delle informazioni stesse. Voglio dire, chi se ne frega di quello che ha fatto tuo fratello dieci anni fa, giusto?  È quanto tu sia sincero con noi che vogliamo sapere.  E finora, temo che tu non stia andando molto bene”. 

Sterzammo per la Vladimirskaya. La direzione era quella verso il quartier generale del KGB di Kiev.  È così che ti fanno fuori, un piccolo errore ed è tutto finito, nessuna seconda chance.

Eravamo ormai a pochi metri dal parcheggio riservato di fronte all’edificio. Gli occhi dell’autista rivolti a Bogdan spuntarono nello specchietto. “Prosegui” gli  ordinò facendo cenno con una mano.  

Arrivammo all’altezza della Porta D’oro. Era proprio sulla nostra destra quando Bogdan mi chiese: “Hai cercato di defezionare in Francia, vero?”  

Volsi lo sguardo nella sua direzione. Le budella mi si contorcevano. La gola era secca. Il cuore pompava sangue con gettate così forti che chiunque le avrebbe sentite. Esci dalla macchina e corri, nasconditi da qualche parte, ovunque, vai sottoterra e aspetta la tempesta sia passata.  E poi?  Per quanto tempo puoi nasconderti?  Quanto lontano puoi correre?  Come diciamo in Unione Sovietica, non si può correre più lontano della Siberia. 

“Perché pensate che avrei voluto defezionare?”

“L’abbiamo sentito alla radio della BBC”. 

“Cosa?” 

“Lascia che ti legga qualcosa”.  Fece un ghigno e aprì la cartellina che conteneva un fascicolo di fogli battuti a macchina, consunti e tenuti insieme da una graffetta. La prima pagina era il mio modulo di richiesta del passaporto.  Voltò pagina e fissò quella successiva. Era scritta a mano, in calligrafia.  Scorse il testo impugnando la pagina con una mano. Trovò quello che stava cercando. Puntò il suo indice e disse: “Ecco, una descrizione di quello che abbiamo trovato nel tuo borsone in Francia: “…conteneva i seguenti beni: duemilaquattrocento dollari USA; novecento marchi tedeschi; duemilaottocento franchi francesi; un passaporto; una medaglia d’oro, la maglia e l’attestato di campione del mondo; due paia di calze e mutande; uno spazzolino da denti; un quaderno; una penna a biro Bic e una Bibbia in russo stampata a Londra”. Questa, amico mio, sembra la borsa pronta per una fuga.  Che ne dici?” 

Qualcuno mi ha tradito.  Qualcuno ha frugato nella mia borsa, per caso o di proposito, e ha redatto un rapporto.  Non penso sia stato il mio compagno di stanza a Caen.  Entrambi dalla Titan, eravamo amici intimi, non è possibile che sia stato lui.  La grafia ordinata, il linguaggio asciutto e formale.  Merda, una Bibbia in russo stampata a Londra?  Non è lui, non è il suo stile. 

Continua….

ww.sportintranslation.com

Original English version

By the time I came back to Kiev after the break, the city was deep in the autumn. Frosty mornings, fog everywhere, chestnut trees turning rusty yellow. Titan had gone to Crimea to prepare for the Sotsindustriya stage race. The season was over for me and I wasn’t going to race it but I couldn’t stay in Kiev and do nothing either. Elizarov told me to fly to Simferopol, join the team and spend the next few weeks riding in warm weather.

I went to our service course to pack my bike for a pick up in the morning on the way to the airport. I did an average bike-packing job and spent an hour talking trash with the team mechanic. I decided to catch a cab instead of waiting for a lift to the hotel and walked out on the street.

The buildings were casting long shadows over the cobbled Krasnoarmeyskaya Street. The chilled, moist air was pleasant to breathe. I wanted a Kashtan ice cream from the shop on the Kreshchatik street before catching a cab. A ten-minute walk.

I saw a black Volga parked ahead, facing me with a rear door opened. A man in an unbuttoned taupe trench coat stood next to it, looking at me. I kept walking, wondering if he was staring at me because he had nothing else to do or there was something else to it.

When I approached, he stepped away from the car and pulled out a red korochka from the coat’s pocket. He stuck it in my face and said, “Nikolai?”

I looked at the ID. It had the guy’s black and white photo on the left and the KGB header on the right with rank, name, and authorization to carry a weapon below it.

I couldn’t read the surname, something long and convoluted. Before he closed the korochka, I caught his first name, Bogdan.

Crap, what’s going on, what did I do? I made a quick mental inventory of my pockets. No dollars, nothing illegal. What do they want?

Bogdan nodded toward the rear seat of the Volga, and said, “Get in, we need to talk.”

I climbed into the car, he shut my door and walked around, got into the seat next to me and said to the driver: “Poekhali.” Let’s go.

4

We drove toward Kreshchatyk, down the Vladimirsky Descent, past the Pochtovaya Square, and came to Podol’s narrow streets.

Outside, pedestrians in winter jackets and coats scurried on the sidewalks. They don’t teach you in school what to do when the KGB sends an officer with an uber-Ukrainian name like Bogdan, in a black Volga for goodness’ sake, to pick you up. Don’t ask where you’re going, stay calm. Patience and respect, show them that.

“Are you a member of the Komsomol, Nikolai?” Bogdan said.

Is this what it’s about? Me, slipping through the system and never taking out the Komsomol membership? Don’t you guys have CIA spies to catch?

Becoming a member of the Komsomol, or All-Union Leninist Young Communist League, was a formality. Most fourteen-year-olds went with the flow without thinking too much about it. Nobody forced you to join. Stay out of it and you’d set yourself up for problems in the future you never thought would be there waiting for you. When it was my time to join, I didn’t bother with it. Boring membership classes and, once you’re in, after-school meetings to waste time. My training started one hour after the last class, Komsomol didn’t fit in.

First time Komsomol bit me in the ass was when I applied to Kiev Sports University. The application form asked if I was a member. Part of the Titan team by then, I knew the Uni wanted me more than I wanted the Uni and I ticked the yes box. Nobody checks this.

Then came the passport application form with dozens of trivial questions. One was about Komsomol again. This time it was an important document checked for veracity by the KGB.

You couldn’t apply for a passport in the USSR and go anywhere you liked. KGB controlled comings and goings, and the passports. You want one, tell them everything about yourself. Have a reason to go abroad. No reason, no passport.

Most people never bothered with it. Not that they had any secrets to hide. Too hard. Athletes, artists, scientists, these are the face and the image of the People, the Idea, and the System. The privileged minority, the golden boys and girls of the workers’ paradise. These can have their passports but only after we check what they eat, breathe, and think.

Stuck again, I told Nikolai Rogozyan about Komsomol and he said to tick the yes box. If you’re not a member, the Party’s ideals don’t fit you or you don’t fit the Party’s ideals. Either way, the KGB will choke your passport application if you’re not a member of the Komsomol.

Will fix it up later, Rogozyan said, when we come back to Kiev. I ticked the box and forgot about it.

I wasn’t a member I said to Bogdan.

“So, you lied on your passport application form?”

I told him how busy I was in school and missed the Komsomol boat and how I was going to fix this later but cycling got in the way.

He grinned and leaned over to the front passenger seat. He grabbed a black, plastic briefcase by its handle. He placed the briefcase flat on his lap and, looking straight ahead, said: “Where’s your brother, Nikolai?”

Not about Komsomol.

“Kamchatka,” I said.

“End of the world,” he said and turned his head toward me. “Why so far away from home?”

“Money. He’s making good money in Kamchatka. Long holidays. He likes it there.”

“I see. Let me ask you this. Are you a liar, Nikolai?”

How he said my name at the end of the questions, he could’ve been my physics teacher chatting about an overdue assignment. Words flew from his lips with a chummy tone of a guillotine blade falling on your neck. He set the trap and nudged me to step into it.

“I’m not a liar.”

He opened the briefcase and pulled out a shabby, buff-colored manila folder. It had my black-and-white passport photo clipped to its corner. My name hand-written in capital letters was under a file and volume number heading. He placed the folder on top of the briefcase and said, “Who filled out your passport application form?”

“I did.”

“Very well. Do you remember a question about your immediate family?”

“Which one?”

“The one that asked you if anyone from your immediate family has ever been sentenced for a criminal offense.”

“I was a kid when my brother went to jail,” I said. “So long ago, stopped being real to me.”

“Let me tell you what’s real. You lied to the government in full knowledge of the consequences for doing so. You signed the form. You acknowledged possible repercussions for lying to the government. You lied to get a passport, a document we give to those only we trust. Do you know how long the sentence is for this crime?”

He sneered saying, “No? I didn’t think so.”

“What was I supposed to do?” I said. “Without a passport, I can’t race abroad. Useless to the national team.”

“Thinking too much, Nikolai, and running ahead of yourself. You make false conclusions about things you know nothing about. You think we wouldn’t give you a passport because your brother served time ten years ago? It’s none of your business, to think. What is your business is to be honest and open with us when we ask you to be honest and open with us. We may or may not care about the information itself. I mean, who cares what your brother did ten years ago, right? It’s how truthful you’re with us we want to know. And so far, you’re not doing too well I’m afraid.”

We turned on Vladimirskaya street and headed to Kiev’s KGB headquarters. This is it, this is how they take you out, a small slip-up and it’s all over, no second chances.

Meters away from the parking bay in front of the building, the driver’s eyes popped into the rear-view mirror and glanced at Bogdan. “Keep going,” he told him with a hand wave.

The Golden Gate was on our right when Bogdan said, “You tried to defect in France, didn’t you?”

I looked in his direction, ice melting in my guts, dry throat, heart pumping blood with loud thumps. Get the hell out of the car and run, hide somewhere, anywhere, go underground and wait out the storm to pass over. And then what? How long can you hide? How far can you run? As we say in the Soviet Union, you can’t run farther than Siberia.

“Why do you think I was going to defect?”

“We heard it on the BBC radio.”

“What?”

“Let me read you something.” He smirked and opened the folder with a sheaf of loose and stapled printing paper in it. The one at the top was the first page of my passport application form. He flipped it over and stared at the next page with a neat handwriting on it. He scanned the text holding the page with one hand. When he found what he was looking for, he stuck the index finger at it and said, “Here, a description of what we found in your sling bag in France: ‘contained the following: two thousand four hundred US dollars; nine hundred Deutschmarks; two thousand eight hundred French francs; a passport; a gold medal, world champion’s jersey and diploma; two pairs of socks and underwear; a toothbrush; a notebook; a Bic Cristal pen, and a London-printed Russian Bible.’ This, my friend, looks like a bag made ready for a run. What do you think?”

Someone sold me out. Someone went through my bag, by chance or on purpose, and wrote a report. I ruled out my roommate in Caen. Both from Titan, we were close friends, no way this was him. That tidy handwriting, the dry, formal language. Crap, a London-printed Russian Bible? That’s not him, he wouldn’t write that.

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