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13 – Il KGB ti osserva

Falce e martello - Fonte internet

Original English version following below

“E infine questo” aggiunse Bodgan girando pagina.    “Sì, qui: ‘La sera prima della gara su strada, durante la riunione di squadra, Nikolai ha chiesto di essere cancellato dalla lista dei partenti adducendo stanchezza.   Il giorno dopo, mentre la squadra partecipava all’ultimo evento previsto del campionato, all’una circa, Nikolai ha lasciato l’hotel in bicicletta.  Non indossava la divisa da ciclista.  Chiaramente, non era un’uscita di allenamento.  Indossava la tuta della nazionale e scarpe da ginnastica della Adidas.  Trasportava il suddetto borsone sulla schiena’. Interessante.  Dai una scusa del cazzo per saltare la corsa, porti con te una mazzetta di contanti e un passaporto, salti su una bici e pedali sotto il sole cocente.  Se non era una fuga, allora voglio sapere cos’era”. 

“Shopping”, risposi.

“Lo immaginavo.  Con circa tremila dollari in valuta americana.  Cos’hai comprato, un orologio svizzero?” 

“Non ho comprato niente.  Ho cambiato idea e sono tornato in albergo”. 

“Hai cambiato idea.  Perché?” 

“Non mi andava più di fare shopping una volta arrivato in città”. 

“Non sto parlando dello shopping.  Perché hai cambiato idea?” 

Mi ammutolii e proseguimmo in silenzio per mezzo minuto.

“Lasciate che ti ricordi quanto profondo è la fossa dove ti sei cacciato”, disse Bogdan.  “Primo, sei accusato di avere rilasciato doppia falsa testimonianza quando hai richiesto il passaporto.  Secondo, abbiamo le prove che hai cercato di defezionare in Francia.   Un atto di alto tradimento, in altre parole.  Terzo, sei stato trovato in possesso di una valuta estera, un ammontare notevole devo aggiungere, il che è illegale e reato da perseguirsi penalmente.  Quest’ultimo comporta un’altra accusa.  Guardando in prospettiva, un crimine porta ad un altro poiché, in ogni caso, con i soldi che avevi nella borsa hai passato il confine.  Probabilmente più di una volta.  Sai come si chiama, vero?” 

Sì, dimmi. 

“Contrabbando. Hai mai sentito parlare di Yan Rokotov?” 

“No”.

“È stato condannato a morte per possesso illegale di valuta estera.  Articolo 25 del Codice penale.  È quello il libro che dovresti leggere, invece di sprecare il tuo tempo con la Bibbia. E dove hai preso la Bibbia sarà argomento di un’altra conversazione.  Per ora, se fossi in te, parlerei di cosa ti ha fatto decidere per la tua defezione, dove hai preso la valuta e come l’hai contrabbandata dentro e fuori dal paese.  Ti ascolto”. 

Guardai fuori dal finestrino e dissi: “Non volevo disertare.  Sono andato a fare shopping.  Il mio passaporto era sempre con me nella borsa perché avevo paura di perderlo lasciandolo nella stanza d’albergo.  La maglia e la medaglia erano nella borsa dal giorno della gara.  Ho afferrato la borsa, sono saltato sulla bici e sono andato a fare shopping”. 

“Plausibile, ma non mi convince.  Continua.  Non vedo l’ora di sentire di come hai trovato un pacchetto di contanti, in tre diverse valute, sul lato della strada”. 

Ignorai la battuta e mi presi una pausa di due secondi per trovare qualcosa di credibile da dire sui soldi: un misto di verità e finzione. 

“I franchi e i marchi tedeschi sono miei.  Ho venduto alcuni pezzi di ricambio che non mi servivano più.   Alcuni hanno pagato in franchi, e uno o due, i tedeschi, hanno pagato in marchi.  I dollari, ho vinto una scommessa”. 

“Hai vinto cosa?” 

“Una scommessa.  Il giorno prima della gara, Borysewicz si è seduto accanto a me nell’atrio e-” 

“Fermati!”, Bogdan alzò la mano sinistra come se lo stessi aggredendo.  “Chi è Borysewicz ” 

“Il direttore sportivo degli Americani.  È polacco, parla bene il russo. Per quello che ne so è rimasto negli Stati Uniti dopo le Olimpiadi di Montreal.  Allena la squadra degli Stati Uniti.  Si è seduto vicino a me nell’atrio.  Stavo sfogliando delle riviste su un divano e abbiamo iniziato a parlare, a fare domande-”. 

“Che tipo di domande?” 

“Sull’allenamento. Cosa facciamo o non facciamo per il quartetto a cronometro ai mondiali”. 

“Cosa gli hai detto?”

“Gli ho detto come ci alleniamo.  È un segreto?” 

“Continua”. 

“Ha detto che la sua squadra ci avrebbe fatti neri, non importa quanto fossimo preparati.  Era sicuro che avremmo perso.  L’ho apostrofato dandogli dell’idiota e dilettante.  Gli ho detto che gli Americani non hanno talento e dovrebbero limitarsi al baseball, il ciclismo non fa per loro.  In quel momento ha scommesso cinquemila dollari che i suoi ci avrebbero distrutto nella cronosquadre”. 

Smisi di parlare per verificare l’effetto della storia.  Il fatto che alcune cose fossero vere mi fu d’aiuto.  Ho parlato con Borysewicz quel pomeriggio, ma non ha mai fatto una scommessa.   Dopo aver sentito la mia opinione su di lui e la sua squadra, si è semplicemente alzato e se ne è andato. 

“Quindi avete vinto la gara e lui ti ha pagato cinquemila dollari?” 

“No, me ne ha dato solo 2400 e mi ha detto che pagherà il resto quando mi vedrà la prossima volta ad una gara, in qualche parte del mondo”. 

“Cosa ne hai fatto dei soldi?” 

Niente. Non ne avevo fatto assolutamente nulla.  Erano nella mia stanza d’hotel avvolti in un vecchio impermeabile e nascosti in un armadio.  Diglielo e confessi il contrabbando e il possesso illegale di valuta estera.  Forse non è abbastanza per affrontare il plotone d’esecuzione, ma lo è di sicuro per passare anni in un campo di lavoro. 

Andiamo oltre.  “Ho aperto un conto in banca a Caen”, dissi.  “I soldi sono in banca”. 

“Quale?” chiese. 

Ho guardato e studiato decine di foto del Tour de France su L’Équipe. Uno dei pochi quotidiani che si poteva comprare in URSS.  Conoscevo gli sponsor dei professionisti e il Crédit Lyonnais era uno di loro. 

“Crédit Lyonnais”, risposi. 

Eravamo di nuovo a un isolato dal quartier generale.  Eravamo seduti in silenzio, il solo rumore percettibile era quello delle gomme che sfregavano sui ciottoli della strada. 

Bogdan buttò la cartella nella valigetta, la chiuse e disse: “Quindi adesso hai un conto in una banca francese.  Se sceglierai di disertare, nel momento in cui metterai piede sul suolo occidentale, avrai accesso a una considerevole quantità di denaro.  Oppure, continuerai ad andare avanti così per un po’ e lo rimpinguerai ogni volta che viaggerai all’estero finché non avrai più nulla da guadagnare dal nostro Paese.  E poi defezionerai. Mungerai la tua madrepatria il più a lungo possibile e quindi correrai via.  È il tuo piano”. 

Arrivammo all’altezze dell’entrata del quartier generale e la Volga accostò.  Bogdan aprì lo sportello dell’auto, uscì sul marciapiede e lo richiuse. 

“Scendi dalla macchina, ragazzo”, mi ordinò l’altro uomo alla guida. 

Una folata di vento fresco e gelido mi colpì al petto appena uscito.  La camicia, sotto la giacca di pelle, si era attaccata alla pelle della schiena.  Di tutte le parole russe, una che non volevo sentire in questo momento era la temuta poshli, andiamo.  Migliaia di uomini e donne in questo Paese hanno sentito questa parola uscire dalla bocca degli agenti del KGB.  L’epigrafe dell’inferno sulla terra: il gulag. 

L’autista della Volga abbassò il finestrino e si accese una sigaretta. 

“Vieni qui”, mi intimò Bogdan. 

Mi avvicinai a passi brevi, come un alunno di quarta elementare sorpreso dal preside sul punto di rompere una finestra della scuola. 

“Ora” fece una pausa e ripose le mani nelle tasche dei pantaloni, “penso di lasciarti perdere per un po’. Non che io abbia creduto molto a quello che mi hai detto, ma lascerò che tutto questo si sedimenti.  Ci faremo sentire”. 

Si girò, aprì lo sportello anteriore della Volga e si sedette.  Prima di richiuderlo, mi guardò dall’interno della macchina e disse: “Non fare menzione di questa conversazione con nessuno”. 

Rimasi fermo su un marciapiede finché la Volga nera sparì dalla mia vista.  L’aria era satura di pioggerellina, la luce del giorno attenuata ad una tonalità grigio-cemento.  Con il quartier generale del Komitet alle mie spalle, attraversai la strada senza volgere lo sguardo all’edificio.  Appena fui sull’altro lato, girai l’angolo in Via Reitarskaya.  Un taxi procedeva nella mia direzione. La luce verde accesa.  Era libero. Mi rizzai su di un piede per fargli cenno di accostare. La macchina sterzò e accostò davanti a me. 

“Il centro sportivo di Lesnoye”, dissi al tassista aprendo la porta. 

“È fuori città”, mi disse. 

“Sì, lo so”.  

“Quanto?” disse, le sue dita battevano sul volante. 

“Venticinque”, risposi.  Anche la metà sarebbe stato comunqueun buon affare per lui. 

“Andata”.

Continua….

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Original English version

“Then there’s this.” Bogdan said and turned the page over. “Yes, here: ‘The evening before the road race, during the team meeting, Nikolai requested to be withdrawn from the start list citing fatigue. The next day, while the team attended the last championship event, at approximately one o’clock, Nikolai left the hotel on his bicycle. He was not wearing the cycling uniform. Clearly, he did not intend this to be a training ride. He wore the national team’s tracksuit and Adidas running shoes. He carried the above-mentioned sling bag across his back.’ Interesting. You give a bullshit excuse to skip out a race, pack a chunk of cash and a passport, hop on a bike, and ride into the sun. If this wasn’t a run, then I want to know what it was.”

“Shopping,” I said.

“I thought so. With roughly three thousand in US currency. What did you buy, a Swiss watch?”

“I didn’t buy anything. I changed my mind and went back to the hotel.”

“You changed your mind. Why?”

“Didn’t feel like shopping once I got into town.”

“I’m not talking about shopping. Why did you change your mind?”

I shut up and we drove in silence for half a minute.

“Let me remind you how deep you have dug yourself in,” Bogdan said. “One, you have committed two counts of perjury when you applied for a passport. Two, we have evidence you tried to defect in France. An act of treason in other words. And three, you’ve been found in possession of a foreign currency, a substantial amount of I must add, which is illegal and a criminal offense. This last one brings another charge with it. As life goes, one crime leads to another. At any rate, that cash you had in your bag, you crossed the border with it. Probably more than once. You know what it’s called, don’t you?”

Yeah, tell me.

“Contraband. Ever heard of Yan Rokotov?”

“No.”

“Was sentenced to death for illegal foreign currency possession. Article twenty-five of the Law on State Crimes. You should familiarize yourself with that book instead of wasting your time reading the Bible. Where you got the Bible from is a topic for another conversation. For now though, if I were you, I’d be talking about what made you decide to defect, where you got the currency from and how you smuggled it in and out of the country. I’m listening.”

I looked out the window and said, “I didn’t want to defect. I went shopping. My passport was in that bag all the time because it could’ve gotten lost in the room. The jersey and the medal have been in the bag since the race day. I grabbed the bag, jumped on the bike and went shopping.”

“Plausible,” Bogdan said, “but not convincing. Continue. Can’t wait to hear a story about how you found a bundle of cash, in three different denominations, on the side of the road.”

I ignored the jest and took a two-second pause to come up with something believable about the money. A mixture of truth and fiction.

“The francs and the Deutschmarks are mine. I sold a few spare singles I didn’t need anymore. Some guys paid in francs, and one or two, the Germans, paid Deutschmarks. The dollars, I won a bet.”

“You won what?”

“A bet. The day before the race, Borysewicz sat next to me in the foyer—”

“Stop,” Bogdan raised his left hand as if I was coming at him. “Who’s Borysewicz?”

“Americans’ coach. He’s Polish, speaks good Russian. I heard he stayed in the US after the Montreal Games. Coaches the US team now. Anyway, he sat next to me in the foyer. I was browsing magazines on a couch and we started talking, asking questions—”

“What sort of questions?”

“About training. What we do or don’t do to train for the worlds team time trial.”

“What did you tell him?”

“I told him how we train. Is that a secret?”

“Keep going.”

“He said his team will kick our ass no matter how prepared we are. He was sure we were going to lose the race. I called him an idiot and an amateur. I said Americans have no class and should stick to baseball, not cycling. This is when he bet me five thousand dollars that his guys will crush us in a team time trial.”

I stopped talking to check the story’s effect. It helped that some of it was true. I did talk with Borysewicz that afternoon but he never made a bet. When he heard my opinion of him and his team, he stood up and walked away.

“So you won the race and he paid you five thousand bucks?”

“No, he paid only twenty-four hundred and said he’ll pay the rest when he sees me next time at a race somewhere.”

“What did you do with the money?”

Nothing. It was now in my room back at the hotel wrapped in an old rain jacket and tucked away in a wardrobe. Tell him that and you confess smuggling and illegal possession of a foreign currency. If not bad enough to face the firing squad, it’s enough for spending years in a labor camp.

Let’s dig one more time. “I opened a bank account in Caen,” I said. “The money’s in the bank.”

“Which one?” he said.

I looked at and studied dozens of Tour de France pictures in L’Équipe, you could buy it in the USSR. I knew professional cycling’s sponsors and Crédit Lyonnais was one of them.

“Crédit Lyonnais,” I said.

We were a block away from the headquarters again. We sat in silence, the noise of tires rubbing against the cobbles poured in from outside.

Bogdan chucked the folder into the briefcase, shut it, and said, “You now have an account in a French bank. The minute you step on a Western soil, you’ll have access to a considerable amount of cash if you choose to defect. Or, you’ll keep going for a while and top it up every time you travel abroad until you have nothing to gain from our country. And then you defect. You’re going to milk your Motherland as long as you can and then run. That’s your plan.”

We pulled over at the headquarters’ entrance. Bogdan opened his door, stepped out on the sidewalk and shut the door behind him.

“Get the hell out of the car, kid,” the driver said.

A gust of crisp, icy wind hit me on the chest when I stepped outside. The shirt on my back stuck to my skin under a leather jacket. Of all Russian words, one I didn’t want to hear right now was the dreaded poshli, the let’s go. Thousands of men and women in this country heard this word coming out of the KGB agents’ mouths. An epigraph to a hell on earth, the Gulag.

The driver in the idling Volga lit a cigarette and rolled the window down.

“Come here,” Bogdan said.

As a fourth-grade pupil caught by the principal in the act of smashing a school window, I came closer in short steps.

“Right now,” he said and put both hands in his pants’ pockets, “I’m inclined to let this rest for a while. Not that I believed much of what you told me but I’ll let this float around for a bit. We’ll be in touch.”

He turned around, opened the Volga’s front door and sat in. Before he shut the door, he looked at me from inside the car and said: “Do not mention this conversation to anyone.”

I stood still on a sidewalk until the black Volga sped away out of view. Drizzling rain drops filled the air, the daylight dulled to concrete-gray hues. With the Komitet’s headquarters behind my back, I crossed the street not looking at the building. Once on the other side, I turned the corner into Reitarskaya street. A taxi was moving toward me with its green light on and I stepped onto the road with one foot to hailed it. The car swerved and came to a stop next to me.

“Lesnoye resort,” I said to the cabbie when I opened the front door.

“That’s out of town,” he said.

“Yeah, I know.”

“How much?” he said, his fingers tapping on the steering wheel.

“Twenty-five,” I said. Half of that would be a good deal.

“Done.”

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