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8 – Il quartetto a cronometro

Nikolai, quarto a destra, sorretto da Elizarov

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La stagione non era ancora finita, quando entrai squadra in pianta stabile. Ero in camera con un ragazzo che amava gli AC/DC tanto quanto me.

Il capo della Titan, Yuri Elizarov, era un uomo alto e robusto, con un viso particolare: molto grande e con le sopracciglia a cespuglio. Non avresti voluto contraddirlo. Mentre la nostra, tumultuosa, relazione cresceva, mi sono scottato più di una volta cercando di fregarlo. Era da stupidi prenderlo in giro e mettere alla prova la sua pazienza perché ne aveva poca. In ritardo per un allenamento o la colazione? Ti avrebbe rispedito a casa se di cattivo umore. Nessuna offesa era una cosa da poco. Fai quello che ti diciamo o vattene. Yuri Elizarov non concedeva una seconda possibilità.

Da ex alpinista, è stato il pioniere dell’allenamento strutturato in altura nel ciclismo sovietico, credeva che la somma dei piccoli vantaggi, per quanto dettagli minuscoli, fosse la chiave dei successi in gara. Gestiva la Titan con un pugno di ferro in stile dittatoriale e non aveva paura del potere sopra di lui a capo dello sport. Pur non avendo amici nel ciclismo, con i suoi metodi di allenamento mise a tacere l’establishment.

La Titan vinse cinque maglie iridate e una medaglia d’oro olimpica in dieci anni, prima di tirare giù i battenti nel 1992. Il progetto di Elizarov terminò con la medaglia d’oro di Viktor Rzhaksynskyi nel 1991 nella prova mondiale su strada. Un corridore della Titan fu l’ultimo a vincere la maglia iridata per l’Unione Sovietica.

Per alcuni Yuri Elizarov era un sognatore eccentrico, per altri un pazzo. Quando mi disse che sarei stato pronto per la mia prima cento chilometri a squadre entro la fine della stagione pensai che fosse pazzo.

La classica cronosquadre di quattro componenti era l’apice del ciclismo. È una gara tecnica, complessa. Per fare risultato tutti e quattro i corridori debbono avere una prestazione senza sbavature, è quello che la rende diversa dalle altre gare.

È un errore paragonare una cronosquadre ad una crono individuale, l’unica cosa che hanno in comune è che si corre contro il tempo. Le dinamiche e il tipo di corridori adatti a queste gare non sono gli stessi.

Quella gara è uno sforzo di due ore ad un ritmo irregolare. In testa apri l’acceleratore quasi a tutto gas per mezzo minuto, quindi ti fai dare il cambio, stai a ruota e ti riposi per novanta secondi. Ripeti, avanti così per due ore.

Gli errori, anche piccoli, li pagherai. Impiega più tempo del dovuto per metterti a ruota dopo che hai tirato e avrai meno tempo per il recupero. Hai mancato l’ultima ruota e hai dovuto chiudere il buco per farti sotto? Lo pagherai. Continua a fare scattini e ti distruggerai.

Erano rari i corridori che potevano rialzare il passo se calava anche di pochissimo senza fare del male ai compagni. Serviva un motore incredibile e un raffinato senso della velocità. Se trovi questo tipo di corridore, lo custodisci come una reliquia. Avere o non avere un componente come quello, per una squadra di livello mondiale, faceva la differenza tra l’essere competitiva o fallire. Perché la squadra raggiungesse il risultato previsto, non solo dovevi averlo, doveva essere al massimo il giorno della gara. Avere quattro corridori al massimo della forma nello stesso giorno era l’aspetto della cento chilometri che più impensieriva ogni direttore tecnico.

Era cosa comune che almeno un ragazzo saltasse. I commissari tecnici esperti sapevano che dovevano aspettarsi che qualcuno saltasse nell’ultimo quarto di gara. Speravano che sarebbe accaduto il più vicino possibile al traguardo. La linea dei novanta chilometri era una soglia sicurezza per non perdere troppo terreno e salvare la gara.

Prima della Titan non ho mai pensato a me stesso come ad uno specialista da cronosquadre. Mi piaceva quella gara e la sua durezza, ma il mio cuore era per le corse su strada. Avevo un buono spunto veloce, potevo sopravvivere alle salite a patto che fossero dolci e non troppo lunghe. Con un motore da macchina a cronometro, le classiche di un giorno erano il mio pane.

Alla Titan non importava cosa mi piacesse. Uscire dall’Unione Sovietica era il mio l’obiettivo ora e la crono a squadre sarebbe stato il biglietto di sola andata.

Piotr Trumheller, il mio primo allenatore, mi aveva insinuato l’idea. La cronometro a squadre offre maggiori opportunità per farsi un nome rispetto a una gara su strada. Sei tu e i tuoi compagni di squadra contro il tempo e nessuna tattica o fuga con cui fare i conti. Cadute e forature sono rare. La gara è pura prestazione e i tuoi rivali non hanno potere su di essa.

Negli anni settanta ed ottanta essere selezionati per la squadra che correva il mondiale o l’olimpiade significava vincere il biglietto per una medaglia, spesso d’oro. Il risultato della gara era nelle mani dei corridori più che in una gara su strada. Metti sul percorso quattro specialisti di caratura mondiale e ti porteranno il risultato aspettato. Se vuoi una maglia iridata e i vantaggi che ne derivano, la cronometro a squadra è il modo giusto per ottenerla.

Quando Elizarov mi disse che puntavamo alle due ore e quattro minuti nella mia prima cento chilometri a squadre, pensai che fosse pazzo. Questo ci avrebbe inserito al livello dei migliori nel Paese. Voleva che passassi da essere un “signor nessuno” ad un “asso della cronosquadre” in tre mesi.

Migliaia di chilometri e parecchie corse dopo registrammo un due ore e quattro alla fine della stagione come aveva previsto. Non un pazzo. Un professionista che sapeva cosa stava facendo.

Non credo che ci fosse un altro diciassettenne nel Paese che si avvicinasse a questo tempo. Secondo le regole dell’UCI, non mi era nemmeno permesso gareggiare in quel tipo di competizioni. Come per molte altre cose in URSS, mettevamo in scena uno spettacolo per pochi, dietro il muro.

[Nikolai all’epoca era uno junior, categoria 17-18 anni, e la cronometro a squadre, composte da quattro elementi, per la sua categoria, secondo le regole UCI, era di settanta chilometri, ma lui si allenava, e correva oltre cortina già sulla distanza dei dilettanti, quella delle Olimpiadi, ossia i cento chilometri, NdT]

Nell’autunno del 1983 la Titan iniziò la stagione a Gagra, una graziosa località turistica sulla costa del Mar Nero. Il ritiro partì con una riunione di squadra in una stanza dove la gigantesca figura di Elizarov giganteggiava. Si sedette su una sedia di legno di fronte a una grande finestra in fondo alla stanza.

“Siete qui per conoscere i vostri obiettivi individuali della prossima stagione”, disse. “Non siete qui per divertirti e perdere tempo. Siamo qui per costruire campioni mondiali e olimpici. Valuteremo e rivaluteremo i vostri progressi durante la stagione. Se non avete risultati e non mostrate impegno, vi cacciamo”.

Ci diede il tempo di digerire le sue parole e aprì un grosso blocco rilegato in pelle. Nelle successive due ore discusse degli obiettivi di ogni corridore per la stagione seguente.

Parlò di risultati. Nessuna frase come “Dovresti fare bene in questa gara” o “Dovresti provare a fare del tuo meglio in questa gara”. Parlava per numeri e fatti concreti: primo posto in quella gara o qualifica per questo o quello.

Definì gli obiettivi di ciascuno dall’inizio. Stabilì le gerarchie della squadra senza darne le motivazioni e impartì i gradi di ciascuno dai risultati. Dispose i meccanismi interni della Titan in ordine: ciascuno conosceva gli obiettivi e le responsabilità di tutti gli altri.

Il mio cuore sobbalzò quando sentii il mio nome: “Nikolka”. Mi aveva chiamato con il soprannome che lui stesso mi aveva dato: “Medaglia d’oro nel campionato del mondo a cronometro ad agosto”. Spiegò che questo era l’obiettivo principale e quali passi per arrivarci fossero stati stabiliti.

“Primo”, disse, “la gara di Samarcanda in aprile. È una gara di qualificazione per la squadra nazionale. Una vittoria di tappa e sei dentro. La tua tappa è la cronometro a squadre perché è la gara a cui punti. Se vinciamo, come dovremmo, almeno due corridori andranno al ritiro di maggio della nazionale maggiore”.

“I prossimi tre mesi saranno il periodo di selezione”. Continuò, “Esamineranno ogni gara, ogni uscita di allenamento, ogni ora della tua vita. Inizieranno con almeno dieci specialisti della cronosquadre a maggio e selezioneranno gli ultimi quattro entro la fine di luglio. Sarà un periodo da taglia gole che peggiorerà con il passare delle settimane. Vogliamo quella medaglia d’oro”.

Parlava come un uomo che aveva chiaro in mente ogni passaggio e non avevo motivo di non credergli. Non aveva tralasciato nessun dettaglio. La fiducia nel suo discorso mi fece cadere ogni dubbio.

Continua….

English original version

By the end of the season, I settled into the team and roomed with a guy who loved AC/DC as much as I did.

Titan’s boss, Yuri Elizarov, was a tall, stout man with bulky face features and bushy eyebrows. You wouldn’t want to punk the guy. I burned myself more than once trying to play him as our jagged relationship grew. It was stupid to fool around with him and test his patience because he had little of it. Late for a ride or breakfast, he’d fire you if he was in a bad mood. No offense was too small. Do what we tell you to or butt out. Yuri Elizarov had no room for second chances.

A former mountain climber, he pioneered systematic high altitude training in Soviet cycling. He believed the sum of small-scale advantages in minute details is key to race results. He ruled Titan with an iron fist in a dictatorial style and had no fear of authority in the sport above him. With no friends in cycling, he set out to pipe down the establishment with his training methods.

Titan had won five rainbow jerseys and an Olympic gold medal in ten years before it folded in 1992. Elizarov’s project capped with Viktor Rzhaksynskyi’s gold medal in 1991 world road race. Titan rider had won the last Soviet rainbow jersey.

For some, Yuri Elizarov was an eccentric dreamer, others thought he was mad. When he told me I will be ready for my first hundred-kilometer team time trial by the end of the season, I thought he was mad.

The classic four-men team time trial was cycling’s golden standard. It’s a complex, technical race. To do well in it, you need all four riders to perform without a glitch on the same day. It’s what makes it different from other races.

It’s a mistake to liken a team time trial to an individual one. The only thing the two have in common is that you race against the clock. The dynamics and the type of riders suited for these races are not the same.

The race is a two-hour job in an uneven rhythm. You open the throttle near full gas at the front for half a minute, swing off, get on the wheel and rest for ninety seconds. Repeat. For two hours.

Mistakes, even small ones, will cost you. Take longer than you should to get on the wheel after the pull and you shrink your recovery time. Missed the last wheel and had to close the gap to get back? Pay up. Keep boobing and you’ll crack.

Riders who could take the pace up if it fell by a fraction without hurting the team-mates were rare. It took an incredible engine and a sharp sense of speed to do that. You find this kind of a rider, you treasure him as a gem. A world-class team would stand or fall if it did or didn’t have a guy like that. If it did, he would have to be good on the race day for the team to nail the result. Having four riders in top form on the same day was the team time trial’s feature that fretted every coach.

It was common for at least one guy to pop. Seasoned coaches knew the pop was hanging over in the last quarter of the race. They hoped it would come as far into the race as possible. Ninety-kilometer mark was a safe distance not to lose ground and save the race.

Before Titan, I never thought of myself as a team time trial specialist. I liked the race and its tough character but my heart was in the road races. I had a decent kick and could survive hills as long as they were hills and not long climbs. With an engine of a time trial machine, one-day classics were my flair.

In Titan, it didn’t matter what I liked. Getting out of the Soviet Union was the goal now and team time trial would be the ticket.

Piotr Trumheller, my first coach, floated the idea to me. Team time trial is a better bet to build a name than a road race. It’s you and your teammates against the clock and no tactics or breakaways to deal with. Crashes and punctures are rare. The race is pure performance and your rivals have no power over it.

In the 1970s and 1980s, qualify for an Olympic or world’s team time trial and you have a ticket to a medal, often a gold one. The race’s outcome was in the riders’ hands more than an outcome of a road race. Put four world-class specialists on the road and they will deliver the result you want. You want a rainbow jersey and its perks, team time trial was the way to get it.

When Elizarov said we’re aiming for two hours four in my first hundred-k team time trial, I thought he was mad. This time would place us on the level with the best in the country. He wanted me to go from a nobody to a team time trial ace in three months.

Thousands of kilometers later and a lot of racing we clocked two hours four at the end of the season as he said we would. Not a madman. A pro who knew what he was doing.

I don’t think there was another seventeen-year-old in the country who did anything close to this kind of time. Under the UCI rules, I wasn’t even allowed to race that. As with a lot of other things in the USSR, we ran our own show behind the wall.

That autumn in 1983 Titan started the season in Gagra, a cute resort town on the Black Sea coast. The training camp kicked off with a team meeting in a room dwarfed by Elizarov’s towering silhouette. He sat on a wooden chair in front of a large window at the end of the room.

“You’re here to learn your individual goals for the next season,” he said. “You’re not here for fun and to waste time fooling around. We’re here to breed world and Olympic champions. We’ll assess and reassess your progress as we go along during the season. If you don’t perform and don’t show commitment, we’ll kick you out.”

He gave us time to digest his words and opened a thick, leather-bound notebook. For the next two hours, he talked about each rider’s targets for the upcoming season.

He spoke results. No phrases like ‘you should do well in this race’ or ‘you should try your best in that race.’ He spoke in numbers and actions. First place in that race or qualifying for this or that.

He laid out everyone’s goals in the open. He set team’s hierarchy without spelling it out and marked everyone’s rank with results. It set Titan’s internal mechanism in order. Everyone knew each other’s goals and each rider’s responsibilities.

My heart sunk when I heard my name. “Nikolka,” he used a nickname he gave me. “Gold medal in a team time trial world championship in August.” This, he explained, was the main target. And the steps to get there, he’d mapped it all out for me.

First, he said, the Samarkand stage race in April. It’s a qualifier race for the national team. A stage win gets you in. Team time trial is the stage you want because that’s the race you’re going for. If we win, and we should, at least two riders will join the first national team’s training camp in May.

Next three months is the selection period. They’ll scrutinize every race, every training ride, every hour of your life. They’ll start with at least ten team time trial specialists in May and select the final four by the end of July. It will be a cut-throat time which will get worse as the weeks go by. We want that gold medal.

He spoke as a man who thought through every step and I had no reason not to believe him. No detail escaped his mind. The confidence in his speech blew away all doubt out of my mind.

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