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9 – Samarcanda e il valore dei tubolari

Nikolai Razouvaev at Samarcanda

Original English version following below

A Samarcanda vinsi la prima tappa, una cronometro individuale. Raddoppiai nella seconda tappa con la vittoria nella cronometro a squadre. Il giorno dopo misi la ciliegina sulla torta con un altro primo posto in una tappa in linea.  Se una tappa era sufficiente per qualificarsi, con tre di fila? Alla fine della terza tappa, il commissario tecnico della nazionale venne di persona alla nostra ammiraglia per stringermi la mano e darmi il benvenuto in nazionale. Ero dentro.

Qualificarsi significava andare a gareggiare nell’Europa occidentale e, se avessi avuto il coraggio di fare il salto, non tornare mai più in URSS.

Arrivò la prima trasferta. Giugno, la Schleswig-Holstein Rundfahrt, una corsa a tappe nella Germania Ovest. Avevo due giorni prima di volare ad Amburgo. Non sapevo come farli passare, allora saltai su un aereo per andare a trovare Piotr Trumheller a Nalchik, la mia città natale.

Arrivato nel suo appartamento per la cena, non ci eravamo neanche seduti che mi aveva versato un colpo di vodka. Non ero più un ragazzino, un uomo che condivide il pasto con un uomo.  Parlammo della corsa, la nazionale della Germania dell’Est schierava Olaf Ludwig, il campione del mondo su strada Uwe Raab e Uwe Ampler.

“Sei preoccupato? “ mi chiese.

“Sì. Poche settimane fa Soukhorouchenkov li ha umiliati nella Corsa della Pace. Vorranno vendicarsi ed eccoci qua, con le nostre maglie rosse. Ci inseguiranno come cani rabbiosi”.

“Ti faranno vedere i sorci verdi, di sicuro”, disse.  “Ma questi sono i ragazzi contro cui gareggerai l’anno prossimo. Impara adesso come funziona, non ti farai cogliere impreparato dopo. È la stessa cosa che abbiamo fatto a Maykop. Hai affrontato ragazzi di un livello superiore, per forgiarti. Ha funzionato, non è così?”

Parlavamo e certo, era bizzarro, io avrei visto la Germania prima di lui, lui che era un tedesco etnico.  Vai a Berlino, salta il muro, io l’avrei fatto. 

“Chi si prenderebbe cura di mia moglie e dei miei figli se lo facessi?”

Ci zittimmo per un attimo e tracannammo un altro bicchierino di vodka. 

“Tornerai?” mi chiese e ci versò un altro cicchetto.

“Non lo so.  Voglio la maglia iridata. Solo allora me ne andrò.  E se non mi convocano per i Mondiali?  Quindi?  Dovrei defezionare in Germania?”

Lasciò la stanza per un minuto, tornò con un mucchio di tubolari avvolti nella carta da pacchi.

 “Cento”, disse, annuendo al mucchio con la testa.  “Una scorta che ti ho preparato quando ho saputo che eri entrato in nazionale.  Portali in Germania, fai un po’ di soldi prima di andare in Francia e lì prendi la fuga.  Hai bisogno di quella medaglia d’oro”.

Il rublo era un pezzo di carta senza valore fuori dall’URSS, i tubolari sovietici erano una valuta di scambio. La matematica alla base dello scambio figlio del socialismo reale era semplice.  In Unione Sovietica compravamo i nostri tubolari a quattro rubli, lo stesso identico valore del dollaro americano sul mercato nero: un tubolare, un dollaro.  Spendi duecento rubli per cinquanta tubolari e li rivendi agli Italiani o ai Tedeschi per dieci dollari l’uno.  Nell’Europa occidentale prodotti della stessa qualità costano il doppio.

Una volta che hai la valuta straniera, la porti a casa e la scambi al mercato nero per poco meno di quattro rubli per dollaro.  I cinquecento dollari che hai portato da una gara sono ora quasi duemila rubli.  I miei genitori mettevano insieme quattrocento rubli al mese.  Avrei potuto fare duemila rubli con una sola gara in Europa semplicemente portando oltre il confine cinquanta tubolari per rivenderli.

Volare fuori dal paese non mi preoccupava, il problema era il ritorno.  Perdere il valore di duecento rubli in tubolari, se la dogana li avesse confiscati, solo un rischio di impresa. Ma portare i dollari in patria no: possedere, comprare, vendere, o contrabbandare valuta estera dentro o fuori dall’URSS era un reato punito con un periodo di carcere così lungo che neanche volevo saperlo.  Il metodo per un ritorno sicuro lo imparai da un compagno di squadra, lui lo aveva già fatto: il cannotto reggisella.

Venni a sapere del metodo del reggisella quando, tra me e me, pensavo a voce alta quale fosse il modo più sicuro per far passare una mazzetta di contanti attraverso la dogana: “Arrotolali, fasciali e mettili nel reggisella.  Non controllano mai le bici.  I bagagli, quelli sì.  Ti perquisiranno se avrai un’aria preoccupata. Ma la bici… mai”.

Original English version

I won the first time trial stage in Samarkand and we followed it with a team time trial win. A day after I topped it up with another first place in a road race. If one stage was enough to qualify, how about three in a row? The national head coach came to our team car after the third stage to shake my hand and welcome me to the national team. I was in.

Qualifying meant going to races in Western Europe and, if I had the nerve to bail out, never going back to the USSR.

The first trip came in June, the Schleswig-Holstein Rundfahrt stage race in West Germany. I had two days to kill before flying to Hamburg. I jumped on a plane and went to see Piotr Trumheller in Nalchik, my hometown.

He poured me a vodka shot when we sat down to dine at his apartment, a man sharing a meal with another man. I told him the East German national team was on the start list with Olaf Ludwig, road world champion Uwe Raab, and Uwe Ampler.

“Are you worried?” he said.

“Yes. Sukhorouchenkov smashed them in the Peace Race couple of weeks ago. They’ll want a payback and here we come, in our red jerseys. These mad dogs will go after us.”

“They’ll give you hell, for sure,” he said. “But that’s the kind of guys you’ll be racing against next year. The earlier you learn what it’s like, the better prepared you’ll be. It’s the same thing we did in Maykop. You went against guys a level above you to harden up. It did work, didn’t it?”

He said it’s funny I’ll see Germany before him, an ethnic German. I said he should travel to Berlin and jump the wall.

“Who is going to look after my wife and kids if I do that?” he said.

We stopped talking for a moment and had another round of vodka.

“Are you coming back?” he said and poured us another shot.

“Don’t know. I want the rainbow jersey. Then I’m gone. What if I don’t qualify for the worlds? Then what? Should I defect in Germany?”

He left the room for a minute and came back with a pile of tubulars bound in industrial wrapping paper.

 “One hundred,” he said, nodding at the pile with his head. “A stash I prepared for you when I heard you made the national team. Take it to Germany, make some money before you go to France, and then run. You need that gold medal.”

Ruble a worthless paper outside the USSR, Soviet tubulars was the currency we traded in. The math behind this socialism-induced business was simple. The street price of our tubulars in the Soviet Union was four rubles. The US dollar fetched about the same on the black market. One tubular, one US dollar. You spend two hundred rubles on fifty tubulars and sell them to Italians or Germans for ten bucks each. Same quality stuff in Western Europe costs twice as much.

Once you’ve got your foreign cash, you bring it home and sell it on the black market for under four rubles per dollar. The five hundred bucks you brought back from a race is close to two thousand rubles now. My parents made four hundred rubles a month together. I could make two grand from a single race in Europe if I brought fifty tubulars across the border and sold them.

Flying out of the country didn’t worry me as much as coming back did. Losing two hundred rubles’ worth of tubulars if customs confiscated them was business. Bringing the dollars in a was not. Owning, buying, selling, or smuggling foreign currency in or out of the USSR was a criminal offense with a jail term longer than I cared to know. What you do, you learn from a been there teammate about the seat tube.

I learned about the seat tube’s smuggling properties when I wondered aloud what’s the safest way to get a wad of cash through customs.

“Roll it, rubber-band it, and drop it into a seat tube. They never check the bikes. Luggage, yes. They’ll search you if you look worried. Bikes — never.”

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