7 – Il test del Dottor Diavolo

Nikolai Razouvaev with teameateZoukovsky

Original English version following.

Mi risvegliai in una casetta di legno nel centro di Lesnoye, sentivo una una mano sulla mia pelle. Aprii gli occhi e vicino al mio letto vidi un ragazzo, accosciato.   Teneva il mio polso nella sua mano. Indossava una camicia arancione e un cardigan che solo una nonna avrebbe indossato. Un taglio di capelli in stile militare con una frangia dritta lo faceva apparire ai miei occhi come qualcuno che passa tutta la sua vita in un laboratorio di analisi.

“Buongiorno”, disse in ucraino e sorrise. “Controllo la tua frequenza cardiaca a riposo. Scusa se ti ho svegliato. Puoi tornare a dormire se vuoi”.

Le parole in ucraino mi passarono per il cervello confusamente, ma avevo capito quello che mi aveva detto. Parlò con tono educato. Prima di quella mattina, avevo sentito due o tre persone parlare in quel modo. Nel paradiso dei lavoratori abbaiamo. Non c’è spazio per “Per favore” e “Mi scusi”, mai un “Mi dispiace”, qui nessuno è mai dispiaciuto per niente.

Uno studente di dottorato di Lvov: Yaroslav era una reliquia di un’epoca ancora non contaminata dal comunismo. Diceva “Grazie” e “Per favore”, sorrideva e si prendeva cura di te.

“Allora, come è il mio battito?” gli chiesi.

“Se non sapessi che sei un ciclista, chiamerei subito un’ambulanza. È sotto i quaranta”.

“E sotto i quaranta va bene?”

“Mettiamola così: il tuo cuore pompa la stessa quantità di sangue in una gettata come il mio pompa in due.”

“Va bene?”

Sorrise di nuovo, mi lasciò il polso e mi disse: “Lo sapremo dopo i test. Torna a dormire.”

I test, tutti parlavano dei test. Il capo allenatore della Titan, Yuri Elizarov, credeva nella scienza e nei test. Quello che mi innervosiva era trovarmi di fronte una soglia che non conoscevo o a un numero di cui non sapevo nulla. Dammi un ciclista o un cronometro contro cui gareggiare, non una soglia.

Iniziarono a prelevare un campione di sangue la mattina stessa del mio primo allenamento centrale. Mi diressi alla mensa del Lesnoye pedalando e vidi due ragazze in camice bianco sedute dietro ad un tavolo. Uno era indaffarata con delle provette, le etichettava e le disponeva in un contenitore apposito, l’altra puntava il suo indice verso una sedia pieghevole che le stava accanto. Sembravano carine e mi balenò l’idea di inchiodare, così da sollevare la ruota posteriore e spaventare le ragazze. Se solo la bravata fosse andata male, sarei atterrato sul tavolo pieno di provette e sarei salito su un aereo diretto verso casa quello stesso pomeriggio.

“Ho bisogno del tuo sangue”, disse la ragazza con il dito ancora rivolto verso il basso quando mi fermai.

“Chiedi per favore”, dissi e allungai la mano senza scendere dalla bici.

Lei ridacchiò e disse: “Siediti, cowboy, o potresti svenire quando vedrai i miei strumenti”.

Mi prendevano il sangue due, anche tre volte al giorno, prima e dopo l’allenamento centrale e poi la sera. Al terzo giorno, la punta del dito si gonfiò e fu una tortura prelevare il sangue da quel momento. Le vampire pizzicavano solo il dito medio e l’anulare. Dagli altri tre, dicevano, era troppo difficile spremere il sangue. Dopo una settimana, avevo finito le dita non dolranti. Una mattina mugugnai su quanto fosse diventato doloroso spremere la borraccia così la vampira disse: “Nessun problema, useremo le tue orecchie finché le tue dita non guariranno”.

Quindi arrivarono i cardiofrequenzimetri. Non parliamo dei dispositivi da polso del ventunesimo secolo: il ricevitore viaggiava sull’ammiraglia alloggiato in una scatola delle dimensioni di un frigorifero portatile.  Incollavamo i trasmettitori con il mastice da tubolari sul petto perché nessuno aveva pensato a delle fasce quando furono progettati. La Titan non aveva tempo per soluzioni eleganti ai problemi logistici: se il mastice funziona, usiamo il mastice.

Era compito delle vampire incollare i trasmettitori. Togliti la maglia davanti a due ragazze e lascia che ti cospargano il petto con il mastice. Brillante. Un pozzo senza fondo di battutacce. La vendetta arrivava dopo l’allenamento, quando strappavano via i trasmettitori insieme ai peli del petto. I piangina si depilarono una zona del petto per evitare la tortura. Gli altri, ci beavamo nel dolore.

Il test di laboratorio arrivò senza preavviso. Era un giorno di riposo ed eravamo alla fine di un’uscita breve. Nikolai Rogozyan mi si affiancò per dirmi che dovevo preparare una borsa con un paio di pantaloncini, scarpe e calzini per un viaggio a Kiev dopo l’allenamento.

“La nostra brigata scientifica non vede l’ora di vederti”, esclamò con gioia. “Ti piacerà il tempo passato in laboratorio. Cerca di non vomitare”.

Il test si svolgeva in una grande stanza piena di strane attrezzature mediche. Un cicloergometro Monark a cinghia stazionava al centro della stanza sovrastando una piscina di sudore. L’aria nella stanza era pesante a causa degli odori umani e la puzza di sigaretta.

Un uomo e una donna vagavano nella stanza intorno al macchinario di fabbricazione tedesca. Mi dissero di infilarmi gli scarpini e salire sul cicloergometro per il riscaldamento.

Un uomo alto e magro con uno sguardo diabolico sul viso mi spiegò come si sarebbe svolta la prova. Indicò un metronomo vicino alla bici e mi disse che avrei dovuto sincronizzare la mia cadenza alla lancetta del metronomo. “Finché non collassi” e con questo le istruzioni erano terminate.

“Per quanto tempo dovrei continuare?” gli chiesi.

Grugnò e disse: “Siamo qui per scoprirlo”.

Stavo per fermarmi quando il dottor Diavolo lasciò la sua postazione di comando. Si avvicinò e si fermò nella pozzanghera di sudore accanto a me, mi mise un braccio sulla spalla e mi disse nell’orecchio: “Continua. Ancora trenta secondi”.

Tirò fuori un cronometro dal suo camice bianco e premette il pulsante per avviarlo. Dopo che fu passata almeno un’ora, mi disse: “Cinque secondi”.

Un’altra ora, “Dieci secondi”.

Dopo che ne furono passati altri cinque, volevo fermarmi. La luce si spense e nella mia testa il rumore del mio stesso battito era così forte che non riuscivo a sentire il metronomo.

Chi se ne frega se resisto altri quindici secondi o no? A meno che i trenta secondi dopo che hai le gambe vuote non siano il test vero e proprio: questo festival della tortura è solo il preludio, un riscaldamento sadico per gli ultimi trenta secondi. Vogliono sapere fino a che punto possono spingerti con un tranquillo “Continua”.

Non mi avevano piegato. La mia cadenza era fuori sincronia con il metronomo, ma ho fatto girare i pedali finché il Dottor Diavolo non mi ha detto di fermarmi.

Original English Version

I woke up in a wooden cottage in the Lesnoye resort feeling someone’s hand on my skin. Opened my eyes and saw a guy next to my bed down on his haunches. He was holding my wrist in his hand. He wore an orange shirt and a cardigan only someone’s grandma would wear. Military-style haircut with a straight fringe made him look as if he lived in a science lab.

“Good morning,” he said in Ukrainian and smiled. “Checking your resting heart rate. Sorry to wake you up. You can go back to sleep if you want.”

Ukrainian words sifted through my mind in one sweep but I understood what he’d said. He spoke in a polite tone. Before that morning, I’ve heard two or three people speak like that. In workers’ paradise, we bark. No room for ‘please’ and ‘excuse me,’ never ‘sorry.’ Here, no one’s ever sorry for anything.

A PhD student from Lvov, Yaroslav was a relic of an era untouched by communism. He spoke with ‘thank you’ and ‘please,’ smiled and cared about you.

“So how’s my pulse?” I said.

“If I didn’t know you were a road cyclist, I would be calling an ambulance right now. It’s below forty.”

“Is below forty good?”

“Let me put it this way: your heart pumps the same amount of blood in one stroke as mine pumps in two.”

“Is that good?”

He smiled again, let go of my wrist and said: “We’ll know after the tests. Go back to sleep.”

* * *

The tests, everyone was talking about the tests. Titan’s head coach, Yuri Elizarov, believed in science and the tests. It bothered me I was up against an unknown threshold or a number I knew nothing about. Give me a rider or a clock to race against, not a threshold.

They drew the first blood on the first morning before the main ride. I rolled to the Lesnoye’s restaurant and saw two young women in white coats sitting behind a table. One was busy with test tubes, marking and sorting them in a microwell plate. The other was pointing down her index finger to a folding chair next to her. She looked pretty and it itched me to stop the bike with a rear wheel in the air to frighten the girls. If the stunt went wrong, I’d land on that table with all those glass tubes and would be on a plane going home this afternoon.

“I need your blood,” said the girl with the finger still pointing down when I stopped.

“Say please,” I said and stuck out my hand without getting off the bike.

She chuckled and said: “Sit down, cowboy, or you might faint when you see my tools.”

They took blood two, sometimes three times a day before and after the main ride and later at night. In three days, the finger’s tip swells and it’s a torture to draw blood after that. The vampires only pricked middle and ring finger. The other three, they said, were too hard to squeeze the blood from. After a week, I ran out of pain-free fingers. Grumbled one morning about how painful it was to squeeze a water bottle and the vampire goes, “No problem, we’ll use your ears until your fingers heal.”

Then came the heart rate monitors. These were not your twenty-first-century wrist devices. The receiver travelled in the team car housed in a box the size of a portable fridge. We glued transmitters with rim glue to the skin on our chests because no one thought of straps when they made them. Titan didn’t have time for elegant solutions to logistical problems. If rim glue works, we use rim glue.

It was the vampires’ job to glue the transmitters. Take your jersey off in front of two young women and let them smudge your chest with rim glue. Brilliant. A bottomless pit of saucy jokes. The payback came after the ride when they ripped the transmitters off along with the chest hair. The wimps shaved a spot on their chests to skip the torture. The rest, we basked in the pain.

The lab test came without warning. It was a rest day and we were at the end of a short ride. Nikolai Rogozyan drove up to me and said I need to pack a pair of shorts, shoes, and socks for a trip to Kiev after the ride.

“Our science brigade can’t wait to see you,” he said smirking. “You’ll enjoy your time in the lab. Try not to vomit.”

The test was in a large room full of strange medical equipment. A Monark stationary bike with a belt drive stood in the middle of the room with a pool of sweat under it. The air in the room was heavy with body odour and cigarette stench.

A man and a woman buzzed around the room navigating between German-made machinery. They told me to get the shoes on and mount the bike to warm up.

A tall, slim man with an evil look on his face said what the test procedure will be. He pointed at a metronome near the bike and said I had to match my cadence to the metronome’s ticks. “Until you collapse,” he finished the instructions.

“How long should I go for?” I said.

He grinned and said, “That’s what we’re here for to find out.”

I was set to peg out when Dr Evil left his command and control station. He came over and stood in the sweat puddle next to me, put an arm on my shoulder and said into my ear, “Keep going. Thirty seconds more.”

He pulled out a stopwatch from his white coat and pressed the start button. After at least an hour had passed, he said: “Five seconds.”

Another hour, “Ten seconds.”

With another five seconds gone, I wanted to stop. The lights went out and the noise from my own heartbeat was so loud in my head I couldn’t hear the metronome.

Who cares if I do another fifteen seconds or not? Unless the thirty seconds after you’ve emptied your legs is the test. This torture festival is a preface, a twisted warm-up for the last thirty seconds. They want to know how far they can push you with a quiet ‘keep going’ order.

They didn’t crack me. My cadence was out of sync with the metronome but I turned the pedals until Dr Evil told me to stop.

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