Home » Blog » 1 – il ribelle – una storia di ciclismo dietro la cortina di ferro

1 – il ribelle – una storia di ciclismo dietro la cortina di ferro

Original English version following

Introduzione

Il Ribelle è una collezione di memorie che ho scritto per la rivista RIDE Cycling Review [pubblicata in Australia, NdT] tra il 2014 e il 2017. Che io sappia, una prima assoluta nella letteratura in inglese per una storia di ciclismo ambientata nell’Unione Sovietica dietro la cortina di ferro.

Quella che state per leggere è solo una parte della storia, quella che voglio raccontare. Non ho mai avuto intenzione di trascrivere la serie che ho scritto per RIDE, fino a quando decine di lettori mi hanno contattato per dirmi che avrebbero voluto leggere l’intera storia sotto forma di libro.

A quel punto, tre o quattro numeri erano già stati pubblicati. La storia inizia quando è iniziata per la rivista, non quando sarebbe iniziata se mi fossi seduto a scrivere un libro. E la narrazione, so come narrare una storia come so pescare, e non ho mai pescato un pesce in vita mia. Questo è il motivo per cui, dopo che RIDE ha cessato le pubblicazioni nel 2017, mi sono chiuso nel mio studio, notte dopo notte, per tagliare e correggere questo manoscritto, per dargli uno stile più vicino a quello che ho iniziato ad utilizzare alla fine della serie.

Come qualsiasi altra abilità, scrivere richiede un tempo di apprendimento. Da quando ho iniziato, nel 2014, all’ultimo capitolo della serie che ho scritto, ho la sensazione di essere passato da correre per finire la corsa in gruppo a competere per il podio. Due cose diverse.

Ho tagliato tra le seimila e le settemila parole dalla versione della rivista. Cose che andavano bene per una rivista, ma non si addicono ad un libro. I dialoghi, tagliati e portati all’essenziale.

Parliamo dei dialoghi.

Immaginatevi di dover trascrivere una conversazione che è avvenuta trent’anni fa. Anche solo ieri. Non ieri, questa mattina. O dopo aver litigato con qualcuno. Provate a trascriverla. Provate a registrarla e confrontare gli appunti. Non corrisponderanno.

Anche la memoria difetta. Chi ha detto cosa, nel passato. Quanto buona è la vostra memoria? Quante volte vi hanno detto: “Non ho detto che…” oppure “Ma tu dicevi…”

Quanto affidabile è la vostra memoria?

Per quanto mi riguarda, tutto quello che ho conservato è un’immagine, un fotogramma. Quello che so con certezza è che mi conosco. So quello che avrei detto se chi mi stava di fronte avesse detto questo o quello, se.

Fotogrammi che ho tirato fuori dalla memoria uno per uno e attaccati alla lavagna. È accaduto veramente? A qualcuno importa?

È per questo che ho eliminato un po’ di dialoghi: troppe parole, dialoghi solo ricostruiti. Si cerca di ricreare un dialogo e si finisce per scrivere quello che ci si aspetta di trovare in un libro, solo che nessuno parla in quel modo nella realtà. Nel 2014, quando ho iniziato a scrivere, questo non lo sapevo . Non sapevo che scrivere i dialoghi sarebbe stata la parte più difficile del lavoro. Pensavo che sarebbe bastato scrivere come farebbe uno scrittore per cavarsela, peccato che non me la cavo. Quando parlo, voglio essere me stesso, quando qualcun altro parla, voglio che sia proprio lui e voglio che lei sia lei. E aggiungete che tutti i protagonisti dei dialoghi parlavano russo, è complicato.

Mi merito un po’ di comprensione per quanto riguarda i dialoghi: se non me la concederete, me la prenderò comunque. Sono stati adattati, quello che sto cercando di dire è che li ho resi più vivi nel manoscritto, questo per voi lettori, tutto in questo libro è pensato per voi lettori.

Che cosa rimane da dire? Il prossimo passo sarà raccontare il resto della storia: la fuga dall’URSS, quando mi sono innamorato, il mio peregrinare in Europa, il viaggio in Canada, l’arrivo in Australia.

Considerate questo libro come una prima parte.

Nikolai

Brisbane, 25 Maggio 2018.

Introduction

The Renegade is a collection of memoirs I wrote for RIDE Cycling Review magazine between 2014 and 2017. As far as I know, this is the first look behind the Iron Curtain into Soviet cycling in English literature.

What you’ll read is only part of the story I want to tell. I never meant to turn the series I wrote for RIDE into a book until dozens of readers contacted me and said they’d like to read the whole thing in a book form.

By that stage, I was already three or four issues in. The story started where it started, not where I’d have started it had I sat down to write a book. And the narrative, I knew how to narrate a story as I knew how to fish — I’ve never caught a fish in my life. Which is why, after the RIDE had closed down in 2017, I sat in my writing cave night after night and trimmed and edited this manuscript to carve it into a shape closer to how I started to write at the end of the series.

Like any other skill, writing takes time to learn. Where I started in 2014 and the last chapter in the series I wrote is like me trying to finish a race in the main bunch and racing for a podium. Two different things.

I chopped six or seven thousand words off the magazine version. Pieces that were fine for a magazine but didn’t belong in a book. Dialogs, trimmed and chopped off some dialog meat.

Speaking of dialogs.

Picture yourself writing down a conversation you had thirty years ago. Yesterday even. Never mind yesterday — this morning. Or as you argue with someone. Try to write that down. Try to tape it and compare your notes. They won’t match.

Every memoir has this problem. Who said what in the past. How good is your memory? How many times have you heard: I didn’t say that… Or: But you said…

How good is your memory?

Me, all I have is an image, a snapshot. All I have is — I know myself. I know what I would have said if he or she had said this or that. If.

Snapshots I pull out of my memory one by one and stick them to the wall. Did this really happen? Does anyone care?

This is why I buried some dialog — too much talking, bookish talking. You try to recreate a dialog and end up writing what you’d expect to see in a book except no one talks like that. I din’t know that in 2014 when I started writing. I didn’t know that writing dialog is the most difficult part of the job. I thought if I write like a writer, I’ll be fine. Except I’m not fine. When I speak, I want me to be me. When someone else speaks, I want him to be him. I want her to be her. And we all speak Russian as I write. It’s complicated.

I deserve a second take on the dialog. If not, I take it anyway.

t’s edited. That’s what I’m trying to say. I breathed more life into the manuscript. For you. Everything in this book is for you.

Where to from here? Next step is to tell the rest of the story. The run from the USSR, the falling in love part, hanging out in Europe, the trip to Canada, the landing in Australia.

This e-book, think of it as a preview.

Nikolai

Brisbane, 25 May 2018.

Nikolai Razouvaev in his bike

Nikolai Razouvaev

Il Ribelle

In questo radioso futuro, canta Bob Marley, non puoi dimenticare il tuo passato. Ho seppellito il mio passato in un Paese che oggi non troverai su una mappa: è esploso settant’anni dopo essere salito sulla scena mondiale, nel 1917.

Eravamo unici, ecco cosa ci insegnavano a scuola. Circondati da paesi capitalisti, eravamo la prima nazione sulla terra che dava inizio ad una nuova era nella storia dell’umanità. Eravamo sulle ginocchia e ci siamo rialzati per costruire una società di pace e prosperità.

In meno di vent’anni, trasformammo un impero basato sull’agricoltura in una nazione industriale. Abbiamo sepolto trenta milioni dei nostri commilitoni per liberare il mondo dal nazismo. Siamo risorti dalle ceneri della seconda guerra mondiale per lanciare la prima navicella spaziale della storia.

Per proteggere il nostro stile di vita abbiamo costruito un arsenale nucleare letale a sufficienza da distruggere il pianeta più volte. Osservavamo il mondo corrotto rincorrere beni materiali dalla culla alla tomba. Mentre osservavamo abbiamo mostrato la supremazia del socialismo nell’arena internazionale dello sport.

Abbiamo mandato una squadra di hockey su ghiaccio in tour in Canada e negli Stati Uniti negli anni settanta per dimostrare la nostra superiorità sulla NHL. Abbiamo costruito decine di campioni olimpici. Marciavamo verso il dominio del mondo su tutti i fronti con un passo implacabile.

Credevo in tutto ciò, quando ho iniziato a correre in bici all’età di dodici anni. La Corsa delle Pace e le Olimpiadi erano le gare più importanti del nostro sport. I professionisti e il loro Tour de France erano alimentati da farmaci e soldi: fai sparire il doping e li avremmo avuti in pugno, come chiunque altro.

Il mio allenatore, Piotr Trumheller, guidava la sua Lada rossa in silenzio sulla via del ritorno dalla mia prima gara a tappe. Avevo quindici anni, in viaggio guardavo fuori dal finestrino e ripercorrevo ogni tappa. Il ragazzo che ero prima di questa corsa non c’era più: il ciclismo che conoscevo una settimana prima era Topolino al confronto, un fumetto per bambini.

La prima tappa sulle strade ghiacciate di Maykop fu lo spartiacque tra il ciclismo che conoscevo, un gioco, e quello vero. Due ore di disperazione in bicicletta ed erano solo l’antipasto delle sette tappe che avevo di fronte.

Abbiamo corso con neve, pioggia e fango, a temperature di una sola cifra sopra lo zero. Alla terza tappa avevo esaurito tutte le divise asciutte perché me ne avevano fornite solo due. Il posto in cui eravamo alloggiati non disponeva né di acqua calda, riscaldamento o docce.

Indossai i pantaloncini di lana, ormai sformati, impregnati dei granelli sabbia dalla seconda tappa. Non ero riuscito a lavare via la sabbia nell’acqua fredda del lavandino del bagno e ora si strofinava contro la pelle delle cosce ad ogni colpo di pedale. Non mi dava fastidio durante la gara, mentre lottavo per rimanere nel gruppo pieno di ragazzi più grandi di me.

Superai il traguardo con le cosce che bruciavano come se qualcuno avesse passato le ultime tre ore a strofinarmi il soprassella con la carta vetrata. Alla fine della quarta tappatra le gambe sanguinavo. Alla quinta tappa le ferite si sono infettate e avevo difficoltà a camminare, figuriamoci a pedalare. Ho finito la sesta tappa con un rivolo di sangue che scorreva da sotto i pantaloncini fino ai calzini.

Ogni sera andavo a letto sperando di svegliarmi il mattino e scoprire una crepa nel telaio per avere una scusa per ritirarmi. Volevo cadere e rompermi una clavicola, un braccio o un osso qualsiasi. Qualsiasi cosa per evitare un’altra giornata in bicicletta in una primavera piovosa sferzata da venti laterali.

Vorrei aver pianto la notte, ma non lo feci. Vorrei poter dire di aver resistito, pieno di perseveranza. Vorrei poter dire che scavai nella profondità della mia anima per rimanere in gara o cose del genere, ma non lo feci. Nelle ultime quattro tappe volevo ritirarmi. Continuavo a pensare che a casa i miei compagni di scuola erano seduti in un’aula riscaldata. Io, invece, ero in attesa su una linea di partenza, gelato fino al midollo e terrorizzato dagli stronzi che mi circondavano, pronti a rendermi la vita un inferno.

Sono caduto alla settima tappa facendomi un buco nel palmo della mano destra. Mi tenevo il polso, fingendo di essermelo rotto.

“Alzati!” Riecheggiò il grido di Trumheller. Arrestò l’ammiraglia e corse verso di me, afferrò la bici e fece girare prima una poi l’altra ruota per controllare che fossero a posto. Di nuovo, gridò: “Su! Alzati!”

Venti chilometri dopo stavo ancora inseguendo il gruppo. Nessuna possibilità di riprenderlo. Mi affiancò e mi chiese se avessi bisogno di qualcosa, gli mostrai la mano e gli dissi che non sarei durato a lungo con quel dolore. Avevo difficoltà ad impugnare il manubrio su quelle strade dissestate.

Inchiodò e un minuto dopo tornò sporgendo un braccio fuori dal finestrino che impugnava un paio di guantini. Li teneva in auto, un’abitudine dei tempi delle corse. “Mettiteli” mi disse. “Ci vediamo all’arrivo”.

Non mi ritirai, il sistema di cui facevo già parte non lo permetteva: o dentro o fuori. O ti impegni completamente, al cento per cento, o sei fuori.

Nessun problema se non lo fai, ma non ti vogliamo e non abbiamo bisogno di te. Non farci perdere tempo, vai a fare qualcos’altro: gioca a calcio, studia, trovati un lavoro, costruisci il comunismo e servi il tuo Paese.

Original English version

In this great future, Bob Marley sang, you can’t forget your past. I’ve buried my past in a country you won’t find on a map today. It crashed to the ground seventy years after it rose to the global stage in 1917.

We stood alone, our teachers taught. Surrounded by capitalist countries, we were the first nation on earth to start a new era in human history. We stood up from our knees to build a society of peace and prosperity.

In less than twenty years, we turned an agrarian empire into an industrial nation. We laid down thirty million of our fellow men to rid the world of Nazism. We crawled from the Second World War’s ashes to launch the first spacecraft in the humankind’s history.

To safeguard our way of life, we built a nuclear arsenal deadly enough to destroy the planet more than once. We watched the rotten world race for earthly possessions from birth to death. Watching, we went on to show socialism’s supremacy on the international sports arena.

We sent an ice hockey team on the tour of Canada and the USA in the 1970s to take on the NHL. We made Olympic champions by the dozens. We marched to the world dominance on all fronts in steady stride.

That’s what I believed when I started cycling at the age of twelve. The Peace Race and the Olympic Games were the two most important events in the sport. The pros had their Tour de France fuelled by drugs and money. Take away the dope and we’d own them as we own everyone else.

My coach, Piotr Trumheller, drove his red Lada in silence on the way back from my first stage race. I was fifteen. As we drove, I looked out the window and played back every stage I raced. The kid I was before this race had faded away. The cycling I knew a week ago was a Mickey Mouse version of it, a comic strip.

The first stage on the frozen streets of Maykop was the divide between the mock cycling I knew and the real thing. Two hours of misery on a bike was a preface to seven more road races still to come.

We raced through sleet, rain, and mud in temperatures a single digit degree above zero. By stage three I ran out of dry cycling kit because I only had two sets. The place we stayed in had no hot water, no heating, and no showers.

I pulled on the soggy wool shorts infested with sand grains before the second stage. Couldn’t wash the sand off in a toilet sink’s cold water. The sand, it rubbed against the skin on my thighs with every pedal stroke. It didn’t bother me in the race as I fought to stay in the bunch full of guys years older than me.

I crossed the line with thighs burning as if someone spent the last three hours rubbing my perineum with sandpaper. I bled between my legs by the end of stage four. By stage five the wounds got infected and I had trouble walking, never mind riding. I finished stage six with a tiny blood creek going down from under my shorts to the sock.

Every night I went to bed hoping to discover a crack in my frame the next morning as an excuse to quit the race. I wanted to crash and break a collarbone, or an arm, or whatever. Anything to dodge another day on a bike in spring rain and cross winds.

Wish I cried at night but I didn’t. Wish I could say I soldiered on, full of perseverance. Wish I could say I reached out to the depths of my soul to stay in the race or some nonsense like that, but I didn’t. The last four stages I wanted to quit. I kept thinking about my schoolmates sitting in a warm classroom back in my hometown. Me, I’m standing on a start line, frozen to the bone and scared of the assholes around me who made my life hell.

I crashed on stage seven and ripped a hole in the palm of my right hand and sat on the road, nursing my wrist, pretending I broke it.

“Get up!” I heard Trumheller’s shout. He pulls to a stop in his car and runs toward me, grabs my bike and spins each wheel to check if they’re good. Yells again: “C’mon! Get up!”

Twenty kilometres later I’m still chasing the peloton. Not a chance to get back on. He pulls up alongside me and asks if I need anything. I show him my hand and tell him I won’t last long with this pain. I had trouble holding on to the handlebar on the rough roads.

He slams on the brakes. A minute later he’s back with his arm stuck out the car’s window holding a pair of cycling gloves. He kept them in his car, a habit from the racing days. “Put them on,” he says. “I’ll see you at the finish.”

I didn’t quit. The system I was already a part of didn’t allow it. You’re either in, or you’re out. You either commit your entire self hundred percent, or you don’t.

It’s okay if you don’t, but then we don’t want you and we don’t need you. Don’t waste our time. Go do something else. Play soccer. Study. Get a job. Build communism. Serve the country.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *