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5 – Le proposte

Nikolai Razouvaev with is bike in a sleeping room

Original English version following below

Il pomeriggio dopo la gara ero sdraiato sul letto nella mia stanza d’albergo. Gambe contro il muro, guardando foglie di tè che galleggiano su e giù in un barattolo di vetro da due litri di acqua messa a bollire, in attesa che il tè sia pronto. Rasoio in mano, passai in rassegna le mie gambe per recidere ogni singolo pelo che trovavo. Se la cronometro non aveva attirato l’attenzione della Kuybyshev, allora all’indomani avrei dovuto vincere la gara su strada. C’era una salitella a meno di due chilometri dall’arrivo: se mi fossi piazzato bene nell’avvicinamento e avessi preso un po’ di velocità prima di imboccarla, avrei potuto attaccare lì. Se solo il gruppo avesse esitato a reagire per dieci secondi, avrei potuto mantenere il distacco e arrivare al traguardo. Dieci secondi, tutto quello di cui avevo bisogno era che il gruppo non facesse nulla per dieci secondi.

Sentii bussare alla porta quando un uomo in una tuta blu-marina della Adidas entrò nella stanza e si piazzò davanti a me L’emblema dell’URSS sul petto lo collocava in alto nella gerarchia del ciclismo. Anche senza la targhetta sul petto sapevo chi fosse: Pavel Grigoriev, il responsabile del vivaio della Kuybyshev.

“Come va?” disse, afferrò una sedia e si sedette accanto al mio letto con le gambe incrociate. In mutande, non riuscivo a capire cosa fosse meno imbarazzante, se fingere di non essere imbarazzato o alzarmi, camminare attraverso tutta la stanza per prendere i vestiti e indossarli.

“Bene”, dissi e mi sedetti sul mio letto.

“Sai chi sono?”

“No”, mentii.

“Sei andato bene nella cronometro, stamattina”, disse. “Sbucato dal nulla e finito secondo”.

“L’ultima possibilità di entrare nel radar della Kuybyshev”.

“Senti, non ho molto tempo. La faremo veloce e semplice: se vuoi correre per la Kuybyshev, facci vedere cosa sai fare”.

Gli dissi che mi sarebbe piaciuto molto e mi disse che avrei dovuto andare a Ivano-Frankovsk nell’Ucraina occidentale il mese successivo: “Un ritiro per preparare la corsa a tappe di Yunist”.

“Se verrai selezionato”, aggiunse, “e vai bene in gara, ti terrò almeno fino alla fine della prossima stagione. Fatti selezionare e vedremo che tipo di corridore possiamo tirar fuori”.

Si alzò e gli dissi che ne avrei parlato con Piotr Trumheller all’indomani, dopo la gara. Mi porse la mano per una stretta ed uscì.

Mi sedetti e versai del tè in un bicchiere a cui aggiunsi un cucchiaino di marmellata di more della mamma che avevo portato da casa: “Ce l’ho fatta”, dissi a voce alta.

Il giorno più bello della mia vita stava anche per migliorare. Dieci minuti dopo, la porta si aprì di nuovo e Trumheller entrò con un uomo che non avevo mai visto prima.

Aveva i capelli scuri e corti con le orecchie da elefante che spuntavano come due antenne paraboliche. Occhi marroni, ravvicinati, sopra un nasone che gli conferivano un aspetto da pagliaccio. Indossava dei pantaloncini color cachi con una camicia a maniche corte a scacchi che non si intonava la cravatta scozzese bianca e gialla. Un paio di scarpe da ginnastica bianche completavano la divisa da Arlecchino.

“Questo è Nikolai Rogozyan. È del centro di sviluppo Olimpico della Titan di Kiev”, lo introdusse Trumheller. “Vuole parlarti”.

Mi rimisi sul letto, ancora in mutande, mentre loro presero due sedie.

Come Grigoriev prima di lui, Rogozyan non perse tempo e andò dritto al punto.

“Sono venuto qui da Kiev per trovare corridori per la Titan”, disse. “Sei andato bene stamattina, quindi io e Piotr abbiamo fatto una chiacchierata dopo la gara. Pensiamo che dovresti volare a Kiev così ti testiamo per vedere se sei adatto al programma della Titan”.

Guardai il mio direttore sportivo: raccontargli della visita di Grigoriev avrebbe significato distruggere la mia fresca carriera da professionista. Il “noi” nel discorso di Rogozyan significava che Trumheller appoggiava il mio viaggio a Kiev: non vi era altra scelta, dovevo comunicargli la novità.

“Grigoriev è passato a parlarmi. Dice che vuole che vada a Ivano-Frankovsk con loro il mese prossimo”.

Nessuno dei due sembrava troppo preoccupato da quella che mi sembrava una situazione complicata.

“Guarda, “replicò Trumheller “So che vedi la Kuybyshev come il passo successivo, ma non è l’unico. Senza altre opzioni, certo, la Kuybyshev è il passo obbligato, ma dimenticateli e vai a Kiev”.

“Perché l’Ucraina, se posso rimanere in Russia e gareggiare per la migliore squadra della nazione?” gli chiesi.

“La Kuybyshev non è una squadra”, mi rispose Rogozyan, “È una macchina: dolce se sopravvivi, un boccone amaro se non ci riesci”.

Mi raccontò di come la Titan fosse stata creata un anno prima dal complesso agroindustriale ucraino e i suoi stretti legami con l’Università dello sport di Kiev. Un gruppo di scienziati, massaggiatori, un dottore e due meccanici erano nel loro organico. C’erano persone in alto nell’esercito che si occupavano del servizio militare: “Non passerai un giorno con gli stivali”, disse. Versavano uno stipendio ai corridori della Titan: “Una fabbrica ti assumerà con un salario mensile. Neanche saprai dove si trova quella fabbrica, né cosa produce”.

Avevano accesso a tutte le gare più importanti del Paese, un privilegio di cui non tutte le squadre godevano. Alla Titan avevano scelto uno ad uno i loro corridori e li trattavano come una risorsa, non come bestiame. Li prendevano da giovani e li formavano utilizzando metodi di cui pochi erano a completa conoscenza. La Titan era legata alla facoltà di scienze dello sport di Kiev dove i corridori potevano studiare in quanto membri della squadra. Qualcosa su cui contare se una caduta poneva termine alla tua carriera da ciclista prima del tempo.

“Come è insito nella nostra denominazione,” aggiunse Rogozyan, “il nostro compito è creare dei campioni olimpici. Siamo sostenuti da membri del governo che vogliono vedere più medaglie olimpiche andare in Ucraina. È un progetto con obiettivi seri e seri sostenitori”.

Continua….

Original English version

That same afternoon I’d been lying on a bed in my hotel room. Legs up against the wall, watching tea leaves floating up and down in a two-liter glass jar of boiled water, waiting for tea to brew. Razor in hand, I went over my legs to cut down every last string of hair I could find. If the time trial didn’t get Kuybyshev’s attention, I had to win the road race tomorrow. There was a little hill with less than two kilometres to go. If I could position myself right coming into it and pick up some speed before we hit it, I could attack in that spot. If the peloton hesitated for ten seconds and did nothing, I could gain a gap and hold it to the line. Ten seconds, all I need is for the peloton to freeze for ten seconds.

I heard a knock on the door and someone had entered the room, a man in a navy blue Adidas tracksuit, and stood in front of me. The USSR state emblem on his chest placed him somewhere high in cycling’s hierarchy. Even without the chest tag, I knew who he was. Pavel Grigoriev, a man in charge of Kuybyshev’s development program.

“How you doing?” he said, grabbed a chair and sat next to my bed with his legs crossed. In my underwear, I couldn’t figure out what was less embarrassing — pretend I wasn’t embarrassed or stand up, walk across the room to get clothes and put them on.

“Fine,” I said and sat up on my bed.

“Do you know who I am?”

“No,” I said.

“You did well in the time trial this morning,” he said. “Came out of nowhere and finished second.”

“Last chance to get on Kuybyshev’s radar.”

“Look, I don’t have much time right now. Will make it quick and simple. If you want to race for Kuybyshev, show us what you can do.”

I told him I would love to and he said I’d have to travel to Ivano-Frankovsk in Western Ukraine next month. “Training camp to prepare for the Yunost stage race,” he said.

“If you make the team,” he said, “and do well in the race, I’ll keep you at least until the end of next season. Make the team and we’ll see what kind of a rider we can make from you.”

He stood up and said that he’ll talk to Piotr Trumheller tomorrow after the road race. He stuck out his hand for me to shake it and walked out.

I sat and poured some tea into a glass and added a teaspoon of mom’s blackberry jam I brought from home. “Made it,” I said out loud.

The best day of my life was about to get better. Ten minutes later, the door opened again and Trumheller walked in with a man I’d never met before.

He had dark, short hair with elephant ears sticking out as two satellite dishes. Close-seated, brown eyes sat on top of a large nose which gave his face a prankster look. He wore khaki chinos with a chequered short sleeve shirt unmatched by a plaid patterned white and yellow necktie. A pair of white sneakers completed the outfit’s hodgepodge.

“This is Nikolai Rogozyan. He’s from the Center of Olympic Development Titan in Kiev,” Trumheller said. “He wants to talk to you.”

I plopped onto my bed again, still in my underwear, and they took the chairs.

Like Grigoriev before him, Rogozyan didn’t waste time and went straight to business.

“I came here from Kiev to scout riders for Titan,” he said. “You did well this morning, so Piotr and I had a chat after the race. We think you should fly to Kiev and get evaluated by us to see if you can fit in into Titan’s program.”

I looked at my coach. Tell them about Grigoriev’s visit and wreck my fresh professional cycling career. The ‘we’ in Rogozyan’s talk flagged Trumheller’s blessing of my trip to Kiev. No choice, let’s dump the news on them anyway.

“Grigoriev stopped by to talk to me. Says he wants me to fly to Ivano-Frankovsk with them next month.”

Neither of them looked too bothered by what seemed to me a complicated situation now.

“Look,” Trumheller said. “I know you see Kuybyshev as the next step but it’s not the only one. With no other options, sure, Kuybyshev is the thing. Forget about them and go to Kiev.”

“Why Ukraine if I can stay in Russia and race for the best team in the country?” I said.

“Kuybyshev is not a team,” Rogozyan said. “It’s a machine. Sweet if you survive it, sour if you don’t.”

He went on to tell me about how Titan was set up a year ago by Ukrainian agro-industrial complex with tight links to Kiev’s Sports University. A group of scientists, masseurs, a doctor, and two mechanics were on the payroll. They had people high up in the army to take care of the military conscription. “You won’t see a day in the boots,” he said. They paid Titan riders a salary. “A factory will hire you and you’ll earn a wage every month. You won’t know where that factory is and what it does.”

They had access to all top races in the country, a privilege not every team had. Titan hand-picked their riders and treated them as assets, not as stock. They took them in at a young age and built them up using training methods few people knew much about. Titan had links with Kiev’s Sports University and riders could study in it if they raced for the team. Something to fall back on if a crash ends your racing career before its time.

“As our name implies,” Rogozyan said, “we’re in a business of developing Olympic champions. We’re backed by people in the government who want to see more Olympic medals go to Ukraine. It’s a project with serious goals and serious backers.”

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