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3 -Le docce

English version following below

Mi sono arreso e mi sono unito al branco nel momento in cui sono entrato in un locale caldaia di un edificio di mattoni dopo la prima tappa a Maykop. Accanto all’entrata c’era una montagna di carbone alta tre metri. Una stanza piena di ragazzi nudi. Erano in coda per il loro turno sotto le due docce che erano appese da qualche parte sopra le loro teste. Uno strato di sabbia bagnata e sporcizia ricopriva il pavimento di cemento. Maglie, pantaloncini, calzini, berretti, tutti coperti di fango, erano adagiati sul pavimento in cumuli separati.

Voltai il capo e guardai Trumheller. Le mie budella si rivoltarono alla vista dei corpi nudi nella stanza.

“Non ci vado”, gli dissi.

Meno di un’ora prima avevo finito una gara che pensavo non essere in grado di finire. Non era la velocità che mi aveva distrutto, ma il freddo.

Stavo bene la prima ora, poi la maglia di lana e i pantaloncini si sono inzuppati di acqua gelida e l’ipotermia ha preso possesso di me.

I piedi sono stati i primi. È una gran rottura di palle non sentire i propri piedi quando sono l’unico legame tra te e i pedali. Non gli diedi importanza. In inverno ci allenavamo su strade bagnate e dato che ero troppo prò per usare i parafanghi, i miei piedi erano spesso bagnati e intorpiditi. Fastidioso, ma potevo sopportarlo.

Poi il corpo iniziò a tremare. Niente di serio all’inizio, diventò più violento verso la fine della gara. Non rallentai frenando prima di una curva e inchiodai la ruota dietro, entrai nel panico nel tentativo di non schiantarmi sugli altri. Un casino, ma niente di irrimediabile.

Le dita congelate sono state il colpo del KO. Frenare e cambiare mantenevano le mie dita in movimento. Per diciannove curve a giro. Azionare i manettini al telaio per scalare due rapporti prima della curva e buttarne giù due dopo la curva spingeva il sangue ad affluire alle mie dita. Dopo un’ora, il corpo si arrese e sbloccò il proprio meccanismo di autodifesa. È finita amico, game over.

La prima volta che non ho potuto tirare le leve dei freni prima di una curva, sono stato fiondato su una ruota posteriore, stendendo a terra il suo proprietario. Sono uscito dalla curva e un tipo mi ha urlato dietro ogni tipo di improperio. Forse avevo fatto cadere un suo compagno o lo avevo semplicemente terrorizzato. Ma non me ne frega niente. Memorizzai il suo numero schizzato di fango giurando che l’avrebbe pagata. Nessuno resta impunito, me l’ha detto Piotr Trumheller. Se ti mordono, mordili due volte se vuoi sopravvivere in questo sport.

“È un branco di lupi”, diceva sempre, “non farti sbranare”.

Altri due giri e non posso più neanche usare il cambio. Quando tolgo le mani dal manubrio, le dita sono ancora attaccate tra loro come se stessi ancora impugnando la piega. Devo azionare il manettino con la mano chiusa e usare il bordo del palmo della mano al posto delle dita, così continuo a non riuscire ad inserire il rapporto che voglio. Ad ogni cambiata scendo troppo quando metto un rapporto più duro o salgo troppo quando ne metto uno più agile.

Mi arrendo, rimango con il 53×14 e prego che non mi stacchino. Uscire dalle curve lento e accelerare con un rapporto troppo duro, giro dopo giro, ti ammazza le gambe. Rincorri e chiudi il buco dopo ogni curva solo per arrivare alla successiva. Fai casino con i freni, evita una caduta, ripeti tutto da capo.

Non appena ho superato il traguardo, mi sono diretto alla macchina di Trumheller pensando ai miei vestiti asciutti di ricambio. L’ho visto correre verso di me, gesticolando qualcosa con le mani.

“Non fermarti”, urla. “Pedala fino all’hotel, devi mantenerti caldo”.

Aprii la bocca per dirgli che avevo passato il punto di non ritorno del tenermi caldo ma parlare non valeva l’energia di muovere la lingua. Non avevo idea di dove fosse il nostro hotel. Ho visto i miei compagni di squadra che pedalavano diretti chissà dove e li ho seguiti. Pochi minuti dopo la macchina di Trumheller era davanti a noi. Ci siamo piazzati dietro per proteggerci dal vento e dal nevischio e abbiamo pedalata verso un posto caldo. Peccato che non avremmo trovato il caldo dove stavamo andando.

Trumheller stava aspettando fuori dal foyer dell’hotel quando siamo arrivati.

“Niente acqua calda e niente riscaldamento nell’hotel”, disse quando ci fermammo intorno a lui. “Vedete quella costruzione di mattoni con la ciminiera? È un locale caldaia. Troverete due docce e acqua calda. Prendete la vostra roba e correte laggiù il più velocemente possibile. Anche altri che erano in gara vi stanno andando e tra poco sarà pieno”.

Mi sono tolto le scarpe e i calzini infangati, ho afferrato la borsa con i vestiti asciutti dalla macchina e ho zoppicato fino al locale caldaia. L’edificio sembrava una camera a gas nazista.

Dietro la porta c’era una stanza piena di corpi insanguinati e nudi che galleggiavano tutto intorno. Aggiungi mostri e coltelli alla scena e stai guardando un quadro di Hieronymus Bosch.

“Non ci vado”, dissi.

“Scusa?”

“Tornerò dopo quando avranno finito”.

“No, hai bisogno una doccia calda adesso, non dopo. Togliti i vestiti e mettiti in coda. Non mordono”.

Ho sputato sul pavimento ed ho iniziato a spogliarmi.

Siamo tutti animali, quindi comportati come tale. Rivedi la tua idea di dignità del maschio caucasico settentrionale: unisciti al branco di lupi per vedere se riesci a vivere con quelle bestie, meglio ancora, diventa uno di loro.

Continua….

English original version

I gave in and joined the pack the moment I walked into a boiler room in a brick building after the first stage in Maykop. Next to its entrance was a three-meter tall mountain of coal. The boiler room was full of naked men. They waited for a turn under two shower heads that stuck out from somewhere above their heads. A layer of wet sand and grime covered the cement floor. Jerseys, shorts, socks, cycling caps, all covered in mud, laid on the floor in separate mounds.

I turned my head and looked at Trumheller. My bowels churned inside seeing a mass of naked bodies in the room.

“I’m not going in there,” I said.

Less than an hour ago, I finished a race I didn’t know I could finish. It wasn’t the speed that wrecked me, it was the cold.

I was fine the first hour until my wool jersey and shorts drenched in icy water and hypothermia set in.

The feet went first. It’s a major pain in the ass not to feel your own feet when they’re the only link between you and the pedals. I didn’t care. We trained in winter on wet roads and because I was too pro to use fenders, my feet have often been wet and numb. Annoying, but I could handle it.

The body started to shiver next. Nothing serious at first, it was getting more violent toward the end of the race. I’d miss a brake point before a corner and lock the rear wheel, panic trying not to smash into others. A mess but not a rout.

Frozen fingers were the knockdown. Braking and shifting gears kept my hands busy. Four ninety-degree corners per lap. A down tube two-gear shift before and two shifts after each corner forced the blood to flow into my fingers. After an hour, the body gave up and unlocked its self-defense mechanism. Shutting you down buddy, game over.

The first time I couldn’t squeeze the brakes before a corner, I stab into some guy’s rear wheel and knock him over. Come out from the corner and this dude screaming obscenities in my ear whacks me across my back. Looked like I crashed his teammate or got him frightened. By now, I don’t give a shit. I took note of his mud-spluttered number and swore to pay him back later. No one goes unpunished, Piotr Trumheller told me. They bite you once, you bite back twice if you want to survive in this sport.

“It’s a pack of wolves,” he used to say, “Don’t let them maul you.”

Two more laps and I can’t shift anymore. Take the hand off the handlebar to shift, the fingers stay closed as if I’m still holding to the bar. Shifting with a closed hand and using the edge of my palm instead of fingers, I keep missing the cogs I want. Every shift I go too far down the block on the up-shift or too far up on the down-shift.

I give up, stick it into 53×14 and pray I won’t get dropped. Coming out of corners at slow speed and getting on the gas over-geared, lap after lap, it kills your legs. Chase and close the gap after every corner until you come to the next one. Mess with the brakes, save a crash, and repeat everything all over again.

I rolled to Trumheller’s car as soon as I crossed the finish line thinking about a stash of dry clothes I had in it. I saw him running toward me, gesticulating something with his hands.

“Don’t stop,” he yells. “Ride to the hotel, you need to keep yourself warm.”

I opened my mouth to tell him that I’m past the point of needing to keep myself warm. Talking wasn’t worth the energy to move my tongue. I had no idea where our hotel was. I saw my teammates pedalling away somewhere and I followed. Minutes later Trumheller’s car was in front of us. We sat behind to hide from the wind and the sleet and rode home where warmth was. Except there was no warmth where we were going to.

Trumheller was waiting outside the hotel’s foyer when we arrived.

“No hot water and no heating in the hotel,” he said when we stopped and circled around him. “See that brown brick building over there with a tall chimney? It’s a boiler room. It’s got two shower heads and hot water. Grab your stuff and run in there as quick as you can. More people are coming down from the race and it’s going to be full.”

I took off the shoes and the muddied socks, grabbed my bag with dry clothes from the car and hobbled to the boiler room. The building looked like a Nazi gas chamber.

Behind the door was a room packed with bloodied, naked bodies floating around. Add monsters and knives to the scene, and you’re looking at Hieronymus Bosch’s Hades.

“I’m not going in there,” I said to Trumheller.

“Come again?”

“I’ll come back later when they finish,” I said.

“No you won’t,” he said. “You need a hot shower now, not later. Take your clothes off and get in the queue. They don’t bite.”

I spat on the floor and began to undress.

We’re all animals, so act like one. Muffle your idea of the North Caucasus’ male dignity. Join the pack of wolves to see if you can coexist with the beasts. Better still, become one yourself.

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